DSA un approccio “misto”

Questo articolo vuole essere un po’ il racconto, diario, della mia esperienza di riabilitatore con bambini con difficoltà negli apprendimenti. Nel corso della mia esperienza anche il mio approccio verso la riabilitazione si è modificato, grazie all’incontro con altri professionisti, professori universitari e teorie, ma soprattutto per l’incontro con gli stessi bambini. Ne  consegue che alla fine dei conti mi sono ritrovata a fare una specie di “fusione” di tutto quello che avevo sentito, sperimentato e dei risultati del lavoro svolto, perfezionando e maturando un vero e proprio metodo. E’ chiaro che in tutto ciò la prima cosa importante che ho capito è che non esiste un vademecum dell’approccio terapeutico che vada bene con tutti. Questo perchè per molti versi chi ha una difficoltà nell’apprendimento non ha solo quella. Potrei incontrare infatti un bambino con DSA e con bassa autostima, un filo di voce e un tono generale basso. Oppure un ragazzo con DSA e difficoltà nella relazione con i propri coetanei in piena adolescenza, con tutto quello che ne consegue. Oppure ancora un bambino con DSA e una forte impulsività. Ma allora: dovrei forse trattare tutti allo stesso modo? Dovrei propinare loro un software di allenamento e basta? Dovrei renderli consapevoli della loro difficoltà offrendo loro strumenti compensativi e basta?Io credo ed ho sempre creduto che sia importante valutare una situazione in senso “olistico”. Una persona è un insieme di cose, è assolutamente e del tutto peculiare. Se al mio bambino piace muoversi dovrò trovare il sistema di farlo leggere sfruttando il suo stesso movimento e sapendolo incanalare le sue energie nel modo più giusto.

Ecco da cosa nasce il metodo misto. Dalla consapevolezza che c’è qualcosa di buono in ogni strumento di intervento riabilitativo, ma che lo strumento da solo non basta. Non basta infatti: la psicomotricità, non basta il software, non basta l’esercizio, non basta la coordinazione oculo-manuale, la fissazione, l’equilibrio posturale, non basta la motivazione… Nessun intervento, DA SOLO, basta a se stesso. E’ importante che l’intervento sia globale e assolutamente personale.

Ecco allora che per esempio oggi con M. , dislessico, disortografico e impulsivo, poco motivato ad apprendere per effetto della continua frustrazione, sono molte le attività riabilitative offerte. Attività in piedi alternate ad attività seduto. Come si può pensare infatti di tenerlo per un’ora seduto alla scrivania dello studio? Attività che mettono in gioco tutto il suo sistema nervoso: come la lettura sulla pedana propriocettiva. Che ha come effetto quello di regolare il tono muscolare, riequilibrare la postura (importante aspetto della lettura che spesso viene sottovalutato), e di esercitarlo alla lettura nell’ottica di qualsiasi software prodotto e in commercio. Già perchè le attività proposte da un “… Edizioni Erikson” sono attività più che valide e che utilizzo volentieri, ma che di per se stesse non bastano. Non basta farlo lavorare esclusivamente al pc, seppur con attività accattivanti, anche da un punto di vista visivo. Le stesse attività possono essere estrapolate, stampate su carta (magari con carattere 16 e interlinea 1,5 … ottimale per la lettura di un dislessico) e “giocate”. Giocate con il corpo, con la voce, con il movimento, con l’equilibrio. Quanto ci guadagna in più il bambino che può fare una lettura sillabica per esempio in equilibrio? Oppure scandita da battito di un tamburello (temporalizzazione), oppure ancora abbinandola a giochi per l’emissione vocale e la corretta respirazione (sarà meno ansiogeno leggere se ho la possibilità di emettere l’aria nel modo più corretto scaricando in questo modo anche la conseguente tensione che si produce nel lettore in difficoltà?). E così il bambino non è costretto a stare sempre e solo seduto nell’esecuzione di un compito. E nella sua mente si farà largo anche il pensiero che “in fondo leggere può essere anche un’attività divertente seppur faticosa”. E così potremmo ottenere un riavvicinamento al piacere della lettura, molto difficile da ottenere in questi bambini.

Quello che ho visto con il tempo e l’esperienza è che è possibile fare molte cose e stimolare il bambino a più dimensioni. La cosa più importante è avere una mente aperta. E non secondariamente: alzare il sedere dalla sedia e fare insieme a lui, saltando, correndo, giocando… facendo fatica. Se un riabilitatore, un professionista dell’intervento non si alza mai, non lo vedete mai in scarpe comode o da ginnastica… umz…. ma che farà tutto il tempo??? 🙂

Annunci

L’arte e la psicologia

L’arte, da sempre, è considerata un’importante forma di comunicazione, che riesce a dire più di quanto possano fare le parole. Attraverso le varie forme di arte gli artisti hanno potuto esprimere i loro pensieri, sentimenti, la loro visione del mondo.

Numerosi psicologi si sono impegnati nello studio delle produzioni artistiche e della personalità dei loro autori, rilevando relazioni tra l’opera e la vita dell’artista.

Lo stesso S. Freud, padre della psicoanalisi, era attratto dall’arte e dalle sue manifestazioni, definì l’artista “uomo che si distacca dalla realtà giacché non riesce ad adattarsi alla rinuncia al soddisfacimento pulsionale che la realtà inizialmente esige, e lascia che i suoi desideri di amore e di gloria si realizzino nella vita della fantasia” (1911).

Dopo di lui, molti altri tentarono di approfondire la complessità dell’argomento e alcuni psicologi iniziarono a vedere nell’arte una via per la cura di problematiche della persona, anche per quegli individui non particolarmente dotati dal punto di vista creativo.

Le terapie artistiche sono oggi utilizzate per la riabilitazione L’espressione della propria creatività dà un aiuto non indifferente all’individuo per ridurre l’inconsapevolezza e la negazione della disabilità, sviluppare l’autonomia personale, sviluppare le relazioni sociali. 

Tra le forme di arte maggiormente utilizzate in ambito clinico si possono menzionare:

– La poesia: è utilizzata per il trattamento dei disturbi emotivi ed affettivi. Le strategie usate sono l’acquisizione, lo sviluppo e l’utilizzo del linguaggio poetico, la modulazione della sfera emotiva e razionale, la presa di coscienza del proprio stato emotivo. I pazienti vengono invitati a produrre delle poesie, e sono aiutati da colloqui di gruppo, libri, video e stimolazioni sensoriali, quali immagini, profumi, suoni.

– Il teatro: attraverso la recitazione i pazienti riscoprono il piacere di giocare con sé e gli altri, acquisiscono la capacità di improvvisazione e scoprono che non sempre l’inesprimibile è davvero tale. Dal punto di vista fisico, i soggetti sono invitati a muoversi per la stanza, a parlare con volume alto e scandire chiaramente le parole, a ravvivare la gestualità, richieste che aiutano la persona che ha subito lesioni neurologiche ad allenare l’espressività in maniera divertente.

– Il disegno e la pittura: per acquisire capacità di rappresentazione fantastica e copia dal vero, dare forma e colori alle emozioni. Durante questa attività, i pazienti potenziano le capacità di coordinazione visuo-motoria, compiono movimenti fini e precisi, traendo di conseguenza giovamento anche per ciò che concerne il punto di vista strettamente motorio.

– La musica e il canto funzionale: permette di riscoprire possibilità comunicative non verbali, sviluppare l’autopercezione attraverso la correlazione e l’interazione corpo-suono.

– Esperienza motoria: per sperimentare liberamente le capacità motorie individuali attraverso sequenze armoniose. Si impara a comunicare anche attraverso il corpo, a sviluppare un modo particolare di conoscere gli altri che va al di là della parola o dello sguardo.

L’arte viene utilizzata da alcuni psicologi come una forma di psicoterapia. Le forme più conosciute in questo settore sono lo psicodramma e la musicoterapia.