Leggere presto

E’ naturalmente la mia esperienza di mamma che mi porta a fare delle riflessioni sulla primissima infanzia e sull’importanza della lettura.

Quando sono diventata mamma mi sono detta “Sei una pedagogista minimo devi comportarti esattamente come quello che vai predicando”, un modo per spronarmi e ricordarmi che la coerenza è importante e una teoria senza una costante pratica non ha senso. In fondo sono quella che non ama i “manuali”, anche se, per ragioni professionali e curiosità personali, non nascondo di avere acquistato.

Sono molto sensibile alla questione “sviluppo del linguaggio” del bambino. Ho incontrato diversi bambini con varie difficoltà, ma soprattutto tanti genitori con altrettanti tanti dubbi, soprattutto se parliamo di primissima infanzia. E’ vero che spesso il genitore si pone il “problema del linguaggio” quando il bambino è abbastanza grande, quando dal bambino “ci si aspetta qualcosa”, quando si inizia una sorta di confronto con altri bambini della stessa età, quando ormai sono superate altre questioni (mangiare, dormire, popò, ecc…).

E invece il “problema linguaggio” o meglio la “questione linguaggio” va anticipata e di molto se si vuole in qualche modo da una parte favorire e dall’altra fare una vera e propria prevenzione delle difficoltà di sviluppo del linguaggio. La prima cosa e sembra alquanto banale è la lettura. Tutti i genitori affermano di leggere al bambino.

Ecco quella che io qui definisco lettura è sì una piacevole attività da fare con il bambino ma è anche un metodo, una routine. Sappiamo bene quanto siano determinanti le routines nello sviluppo cognitivo del bambino. Sono fondamentali perchè un bambino si senta sicuro e possa fare delle previsioni. La routine della lettura è un fondamento, un mattone, alla base dello sviluppo del linguaggio. Significa in breve:

– leggere presto: quanto presto? Quando il bambino ci capisce? Non sono domande importanti per la lettura. Si inizia subito. Si può iniziare già in gravidanza, ma se anche non abbiamo mai letto una storia al bambino perchè la cosa ci sembrava troppo strana non avendolo davanti, ecco che una volta nato il problema non si pone. Leggere da subito.

– leggere qualsiasi cosa: al neonato non serve la fiaba. Possiamo anche leggere ad alta voce il nostro giornale preferito (confesso di aver letto Donna Moderna). L’introduzione della fiaba o storia sarà un passo successivo.

– leggere spesso: trovare più momenti della giornata da dedicare alla lettura. L’ambiente deve essere tranquillo e senza altre distrazioni (tv accesa, rumori e via dicendo). Cerchiamo di guardare il piccolo mentre leggiamo e facciamo delle pause come ad aspettare una sua risposta.

Questi i primi passi del lettore neonato. Nel prossimo articolo vi racconterò della lettura al bimbo piccolo entro l’anno di vita. Buona notte.

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La mia risposta a Tata Lucia che risponde ai pediatri che l’hanno criticata

la Dott.ssa Giovanna Giacomini, pedagogista risponde a Tata Lucia che risponde ai pediatri:


1- I pediatri se la prendono con i suoi metodi, in particolare quello basato sull’estinzione graduale del pianto. Come risponde?
TATA LUCIA: Il bambino va allenato a certi comportamenti e il primo allenamento è quello di farlo sentire sereno, sicuro di sé e padrone della propria vita.
IO: Da pedagogista mi sfugge il concetto di “allenamento” a “certi comportamenti” Da dizionario “allenare significa rendere adeguato a determinate prove mediante l’esercizio”: non penso che esistano bambini “adeguati” e “non adeguati”. L’esercizio poi è un concetto ormai superato. Da un punto di vista pedagogico il bambino non va esercitato/addestrato/ammaestrato. Siamo nella preistoria della pedagogia.


2- L’accusano di mettere a repentaglio la fiducia dei piccoli negli adulti e quindi in se stessi…
TATA LUCIA: Non è così, tra l’altro il montaggio televisivo non dà conto del grande lavoro che viene svolto 24 ore su 24 per un’intera settimana.
IO: “un lavoro che dura BEN una settimana”. La prima cosa che spieghiamo ai genitori noi pedagogisti è che non possiamo fornire nè un vademecum valido per tutti nè tantomeno possiamo dare conto di un “tempo”(due incontri, una settimana, un mese….ecc..). Ogni situazione è a sè e il TEMPO è affare televisivo non certo intrinseco dell’intervento educativo in famiglia.


3- Ha mai verificato se, in seguito ai suoi interventi, i bambini hanno riportato danni psicologici di qualche tipo?
TATA LUCIA: Ovviamente ancora non possiamo sapere se questi bambini saranno degli adulti complessati perché li abbiamo fatti piangere troppo. Ma ricordo un neuropsichiatra, non italiano, che diceva sempre di aver curato moltissimi bambini che avevano dormito nel letto dei genitori ma nessuno che avesse dormito in camera sua. Per carità, ci sono anche illustri pischiatri che si sono tenuti i figli nel letto fino ai 18 anni ma io, nella mia pochezza, sono di un’altra idea.
IO: Non credo fosse in discussione il buonsenso di accompagnare i genitori nel processo di separazione e autonomia del bambino sul quale come pedagogista mi trovo d’accordo. Il punto è che questo delicato momento va affrontato con la massima delicatezza, rispettando i diversi tempi di ognuno, del bambino e del genitore, offrendo non fretta ma sostegno. E soprattutto lontano dalle telecamere televisive.


4- E non pensa che la presenza delle telecamere nella stanza di un bimbo possa invece provocare turbamento?
TATA LUCIA: I bambini sono quelli che si abituano per primi e che non ci fanno più caso. Tra l’altro i nostri operatori vanno nelle case già due giorni prima che io arrivi. Non accade nulla di traumatico, anzi.
IO: Ecco, magari proviamo a chiedere a quei bambini quando saranno adolescenti e ragazzi quanto felici saranno di rivedersi costantemente in quelle scene, confrontarsi con i propri coetanei alla luce di ciò. Chiediamogli cosa ne penseranno dei propri genitori e della scelta di aver gettato al pubblico dominio la loro fragilità. Noi siamo adulti: vogliamo “sbattere in tv” il nostro dolore/pianto/fragilità ecc… liberi di farlo. Ma i bambini che scelta hanno?????????

Di seguito i link:

http://www.corriere.it/salute/pediatria/13_settembre_25/garante-spadafora-tata-lucia_3a9b419e-25e5-11e3-baac-128ffcce9856.shtml

http://news.panorama.it/cronaca/tata-lucia-pediatri

 

 

Come mi accorgo se ci sono difficoltà nell’acquisizione del linguaggio del mio bambino?

Riprendendo le vostre domande e alcuni articoli precedenti ho deciso di approfondire uno degli aspetti relativi al linguaggio del bambino piccolo e in particolare alla “verifica” o meglio “osservazione” dello sviluppo del linguaggio. Non a caso ho usato il termine “uno degli aspetti” in quanto è doveroso precisare che l’osservazione che può fare un genitore non è esaustiva e non vuole togliere nulla alla professionalità di un pedagogista o di un logopedista che si occupano del bambino in maniera più sistematica.

Tuttavia sono tanti i genitori preoccupati, a volte in maniera immotivata, a volte invece perchè guidati da quella sensibilità che solo il genitore può avere. Ricordo però come sia importante prima di tutto non fare paragoni tra bambini piccoli. Infatti a quell’età lo sviluppo è qualcosa di assolutamente individuale che segue un andamento a volte irregolare e comunque non standardizzato. E’ vero che sono state individuate alcune “fasce di sviluppo” o acquisizioni date per scontate ad una certa età biologica del bambino. Ma è vero anche che l’essere umano è sorprendentemente dinamico.

Allora veniamo al nostro argomento principale. Inizialmente il bambino acquisirà maggiore familiarità con suoni e rumori, prima ancora che con le parole. E’ giusto quindi dare la giusta importanza anche a questa tappa nello sviluppo. Dapprima il bambino si limiterà ad una discriminazione uditiva. Far ascoltare quindi al bambino piccolo suoni e rumori e aiutarlo ad identificarli sarà importante per la successiva riproduzione.

Vediamo quali sono:

SUONI ONOMATOPEICI”L’onomatopea è una figura retorica che riproduce, attraverso i suoni linguistici di una determinata lingua, il rumore o il suono associato a un oggetto o a un soggetto a cui si vuole fare riferimento, mediante un procedimento iconico tipico del fonosimbolismo.” (Wikipedia)

BAU BAU

CIP CIP – CRA CRA

DIN DON

FR FR

GLU GLU (tacchino)

LA LA (cantare)

MIAO MIAO

PIO PIO

QUA QUA

RONF RONF

SHHHH (fare silenzio)

TIC TAC

VVVV (motore della nave)

ZZZZZ (ronzio)

Sono solo alcuni perchè in natura ne possiamo trovare moltissimi. Si può usare tranquillamente la propria fantasia. Come vediamo sono in ordina alfabetico (soprattutto per nostra comodità nella verifica).

In questo modo posso verificare che cosa?

– se il mio bambino li conosce

– se il mio bambino li discrimina

– se il mio bambino li associa al reale

– se il mio bambino sa riprodurli e quali. In questo caso posso vedere se “mancano” alcuni suoni o se ci sono delle sostituzioni (un suono per un altro) e così via. Tutte osservazioni preziose per conoscerlo e per aiutarlo successivamente.

Alla prossima puntata. Un abbraccio

Le parole dei bambini – lo sviluppo del linguaggio

Mi sono resa conto che l’argomento più visitato di questo blog è lo sviluppo e/o ritardo dello sviluppo del linguaggio nel bambino piccolo.

Sono molte le mamme preoccupate che spesso nel confronto con altri bambini della stessa età cronologica del proprio figlio notano difficoltà, ritardi, linguaggio incomprensibile o immaturo.

Dobbiamo fare una sostanziale distinzione:

– bambino entro i tre anni di età:

In questa fase ci si chiede quanto e come dovrebbe parlare il bambino. E’ una fase delicata, soggetta ad alta variabilità. Vale a dire che non c’è una risposta uguale per tutti. Alla stessa età cronologica due bambini diversi possono presentare caratteristica di linguaggio completamente diverse. Questo perchè l’età cronologica ancora non conta molto. Lo sviluppo è soggetto ed individuale, quindi non fare paragoni tra bambini è la prima e più importante regola per un genitore preoccupato. Allora cosa osservare, cosa fare e quando preoccuparsi?

COSA OSSERVARE:

– lo sviluppo motorio è la prima variabile importante. Un bambino che si sa muovere (in piedi, seduto, strisciando, saltando ecc); un bambino che afferra e lancia una palla  a due mani; un bambino che via via sceglie autonomamente la mano da utilizzare per afferrare, disegnare e via dicendo.

– le autonomie: un bambino che può fare da solo, che impara ad abbandonare il ciuccio e il biberon a favore del bicchiere, che impara a masticare sarà sicuramente agevolato nella produzione dei suoni e acquisirà l’impostazione corretta.

-il linguaggio: sono presenti i suoni onomatopeici (bau bau, cip cip, din don e così via); sono presenti le sillabe BA-BE-Bi-BO-Bu e così via; manca qualche suono o il bambino SOSTITUISCE un suono con un altro più semplice da articolare; deglutisce correttamente o è presente eccessiva salivazione; apre e chiude la bocca, le labbra i denti; tiene spesso la bocca aperta; ha problemi di respirazione nasale

COSA FARE

– stimolare la percezione uditiva: ascolto di storie, lettura, ascolto di suoni degli animali, della natura, del mondo

– stimolare l’attenzione: guardare figure grandi nei libri

– stimolare gli organi deputati al linguaggio e prima alla masticazione: passare a cibi solidi, fare versacci, pernacchie, esplodere le guance, mandare baci, muovere la lingua in tutte le direzioni, soffiare su cannucce, fare le bolle di sapone, spostare palline leggere…

– mettersi sempre all’altezza del bambino in modo che possa osservarci quando gli parliamo e chiedere la sua attenzione

– giocare tanto e con tutto e magari all’aperto

– promuovere la socializzazione tra bambini

QUANDO PREOCCUPARSI

Quando passa del tempo (mesi) e non notiamo cambiamenti significativi, quando il bambino non riesce ad acquisire i suoni, quando ha una cattiva impostazione della bocca, della lingua. Parlarne al proprio pediatra, ma non dare per scontato che il pediatra sappia aiutarci. I pediatri devono fare molte cose e non sempre possono essere dei super esperti di tutto. Se abbiamo dei dubbi e il bambino è così piccolo rivolgiamoci ad un pedagogista o ad un centro con più professionisti esperti.

– bambino dopo i 3 anni

Non sa ancora parlare bene? Non spaventiamoci. Può essere una cosa semplice e facilmente risolvibile ma a questo punto è d’obbligo un consulto per capire la situazione e non perdere tempo. Possiamo rivolgerci ad una struttura pubblica o ad un privato. L’importante è ricevere delle giuste e TEMPESTIVE  indicazioni.

Non parla o si esprime in modo incomprensibile. A maggior ragione chiediamo aiuto a qualche esperto.

Per i genitori:

Non allarmarsi è fondamentale per trasmettere serenità al bambino. A volte ci sono bambini che si rifiutano di parlare perchè avvertono la pressione esercitata dal genitore carico di aspettative. Piuttosto che vivere con preoccupazione il momento è meglio chiedere aiuto a qualcuno che, esterno alla famiglia, saprà valutare e intervenire nel modo più giusto anche grazie al supporto al genitore stesso.

 

 

Tè, biscotti e riabilitazione

Da qualche tempo ormai ho iniziato a fare riabilitazione con un’attenzione particolare alla persona. Con il tempo, parlando con genitori, bambini e ragazzi reduci da percorsi riabilitativi in questa o quella struttura, ho iniziato a porre attenzione agli aspetti che rimanevano ben impressi nella mente di chi queste strutture le aveva frequentate. E qui ve le riporto.

“Dottoressa, praticamente abbiamo passato più ore in sala d’attesa che nello studio del dottor…”, “L’incontro dura circa 45 minuti ma arrivano sempre telefonate e non facciamo in tempo a fare molte cose”, “Non mi chiedeva mai come stavo”, “Mi sembra di stare a scuola a fare i compiti”, “Mi annoio”, “E’ brutto e vecchio”, “Usciva per fumare”, “Piange sempre perchè deve stare seduta al tavolo tutto il tempo”…ecc…

E sto parlando di esperienze diverse. Ma spesso accomunate da questo sentimento di dispiacere, noia, disgusto, sofferenza in alcuni casi. Io, d’altro canto, come professionista privata, avevo già ritenuto importante creare la giusta accoglienza nello studio professionale dove opero, con una particolare attenzione agli ambienti. Una saletta d’attesa accogliente, con giochi, riviste e libri. Tempi più lunghi per l’intervento. 60 minuti che spesso diventano molti di più.Se non altro era il giusto servizio da offrire a chi “investiva” il suo denaro nel mio lavoro.

Ma soprattutto la mia attenzione andava alla relazione, il primo ed indispensabile strumento di lavoro. A costo di sentire da qualche genitore la frase. “Ma quando inizierà mio figlio a fare qualcosa?” (Come se conoscersi, aprirsi, entrare in relazione, giocare, comunicare, e quindi, acquisire maggiore sicurezza e autostima, siano un “non fare”).

Ma è dopo aver ascoltato con attenzione le persone che hanno gravitato intorno al mio studio che ho concretizzato ancor meglio la mia idea. Così l’incontro di rieducazione è di tipo assolutamente pedagogico. E’ un incontro tra un professionista (io) e una persona davanti ad un tè con i biscotti. E da quel momento lavoriamo così. I ragazzi vengono volentieri, si raccontano, si sentono a loro agio, e ce la mettono tutta, trovando una nuova motivazione ad apprendere.

Ogni tazza di tè rappresenta un viaggio immaginario.

Catherine Douzel

Facciamo più biscotti

Prima della chiusura del lavoro per il periodo natalizio (evviva!) ho incontrato i genitori dei bambini per fare il punto della situazione,  come faccio periodicamente. Mi preoccupava in particolare la situazione di M., un bambino dell’ultimo anno della scuola primaria, vistosamente provato dall’enorme carico scolastico e non solo, evidentemente in uno stato di malessere.

M. negli ultimi tempi arrivava sempre più demotivato. Spalle basse, trascinava i piedi, lamentava spesso forti dolori alla pancia. Il tono di voce era spesso debole e anche i giochi per lui erano un peso. Si sentiva sempre stanco, assonnato, senza forze. Per i genitori e la scuola era un po’ pigro, svogliato. “Ci mette un sacco di tempo a fare i compiti, vuole sempre che io sia vicina a lui, ma quando cerco di spiegargli qualcosa, sbuffa, si lamenta, alza le spalle, si distrae e se ne va, a volte facendomi arrabbiare molto”. – dice la mamma – “Io sono lì per aiutarlo tutti i pomeriggi e lui mi risponde male o si alza”.

Vedo che M. quando si sente sotto pressione inizia a muovere i piedi. Toglie le scarpe, le muove continuamente, si strofina di continuo gli occhi, mettendo e togliendo gli occhiali. Guarda quasi sempre a terra, risponde con frasi tipo: “Bo, Non lo so, Ho sonno, Voglio andare a casa”. Quando si affronta la sua difficoltà, quando emerge nel gioco proposto, sta male. Gli viene da piangere, ma cerca quasi di trattenere le lacrime. E alla domanda “Come stai?” Risponde negando “Bene”.

M. non si sente accettato. Dalla sua famiglia in primis. Pensa di “non essere il figlio che volevano”, di “non essere abbastanza bravo”. Addirittura fantastica su una mamma cattiva di cui lui è la vittima, che lo picchia e lo accusa e che lui vorrebbe “spedire lontano”. Di essere l’unico figlio e non, come invece è nella realtà, il secondogenito, con un fratello grande, ormai adulto che lui vede come un secondo padre, che lo rimprovera di essere pigro e viziato.

E allora come fare? Questo bambino sta solo chiedendo una famiglia che lo accolga, così com’è. E allora spieghiamo alla scuola che in questo momento per questo bambino è importante stare con la propria famiglia. Imparare a separare il tempo del bambino dal tempo dello scolaro. Chiedere “tempo”. Perché M. è un bambino intelligente, ma in questo momento manifesta tutta la sua difficoltà proprio nel suo compito/dovere di scolaro.

E allora facciamo più biscotti! Il tempo a casa deve essere il tempo della famiglia: con tavole imbandite, giochi di società, addobbi e colori. Soprattutto a Natale. Come deve essere per qualsiasi bambino. Perché se la mamma fa l’insegnante, il papà l’assente e il fratello il padre, un bambino non potrà che essere confuso… e si sentirà solo. Proprio come M.

Bambini e ansia

Ci si trova davanti ad un muro. Un muro a volte impenetrabile. I genitori spesso raccontano di non riuscire a comunicare con i figli. Bambini che manifestano la loro ansia e il loro disagio spesso in forma di condotte inadeguate, di atteggiamenti oppositori e provocatori, di reazioni di disimpegno, di abbattimento fisico, di “mal di pancia” frequenti.

Il bambino con ansia non riconosce il proprio malessere come difficoltà, ma inizia a vivere esperienze negative e frustranti. La scuola è spesso il palcoscenico dove i peggiori incubi si realizzano: i compagni apprendono e imparano a fare ciò che a lui rimane difficile, gli insegnanti lo sollecitano, mettono in evidenza i suoi errori, lo stimolano a lavorare meglio al punto che, nel bambino, può farsi strada una terribile certezza: non so fare, non sono capace.
Anche gli insegnanti riferiscono di non capire, quel bambino, che ai loro occhi appare intelligente, ma insicuro, scostante, impacciato, che “non ama l’ora di ginnastica”.
Nel frattempo la famiglia si rende conto che qualcosa non funziona. Eppure è un bambino amato, incoraggiato a fare, seguito, protetto. Ma i genitori vedono un bambino lento ad apprendere, i compiti a casa sono una tragedia, ha bisogno di aiuto costante… eppure sembrava un bambino capace, con molte potenzialità.
Quando parlare di ansia per il bambino? Si manifestano:
– ansia e preoccupazione eccessive riguardo ad innumerevoli eventi o attività della vita quotidiana (come la scuola)

– difficoltà nel controllare la preoccupazione

– sintomi quali: irrequietezza, tensione, facile affaticabilità, difficoltà a concentrarsi o vuoti di memoria, irritabilità, tensione muscolare, alterazioni del sonno (difficoltà ad addormantarsio a mantenere il sonno, sonno inquieto)
Nei bambini e negli adolescenti si manifesta principalmente con preoccupazioni relative agli impegni scolastici o alle prestazioni in generale, come gli impegni sportivi, o gli impegni sociali.
Può essere presente una tendenza al perfezionismo che genera uno stato di tensione, che può causare o un impegno eccessivo o in comportamenti di evitamento.
L’ansia si manifesta in varie forme, per esempio il bambino può presentare un atteggiamento di sfida, oppure essere molto irritabile o vivere momenti di chiusura e isolamento.
Il bambino ansioso vive costantemente un vago sentimento d’oppressione, associato ad un atteggiamento di attesa di un avvenimento vissuto come spiacevole ed imprevisto.
L’angoscia nei bambini trova espressione attraverso il corpo, sotto forma di sintomi somatici, come cefalea, vomito, dolori addominali o agli arti, oppure può diminuire la capacità di attenzione e manifestarsi distrazione e svogliatezza.

E’ importante saper riconoscere il malessere del bambino in tutta la sua importanza, senza sminuirlo, ma nemmeno senza farsi prendere dalla paura. Un intervento che sarà soprattutto su tutto il nucleo familiare per imparare nuove strategie di relazione. E un intervento che sia rivolto a potenziare gli aspetti positivi del bambino e a favorire lo svilupparsi di una sana autostima.