Nuove frontiere per la dislessia

Vi presento un articolo sulla dislessia.

Pur non essendo concorde con i termini giornalistici come “malattia” o “guarire” mi sembra che possa riportare un aspetto molto interessante.
Si parla molto, troppo poco, di interventi all’avanguardia lontani dai tradizionali approcci logopedici o psicologici basati su estenuanti esercizi, ripetizioni e software.
Mi sembra che l’articolo parli un pochino anche di me. Perchè da quando faccio il mio lavoro utilizzo  un metodo misto frutto del lavoro e della collaborazione di più professionisti seguendo un approccio di tipo olistico.
Non solo riabilitazione dell’abilità in se stessa ma una vera e propria stimolazione a 360 gradi. Nell’articolo troverete maggiori informazioni, seppur, devo dirlo, parziali rispetto al metodo utilizzato.

http://archiviostorico.corriere.it/2000/ottobre/08/Ora_dislessia_cura_cosi__cs_0_0010081281.shtml

 

RITARDATO!

Sono incavolata. Passatemi il termine, peraltro molto “leggero”. Sono incavolata con alcuni e sottolineo alcuni dottori, alcuni insegnanti, alcuni psicologi, alcuni colleghi. Alcuni. Sono incavolata con quelli che dicono “ritardo mentale” a cui fanno seguire un lungo sospiro nel quale troviamo “cosa vuole farci… è così”. Sono incavolata con i misuratori di Qi. Quelli per cui o sei dentro o sei fuori. Quelli che vedono il prodotto e non il processo cognitivo.

Ecco l’ho detto. Che sono incavolata. Perchè ne sento di tutti i colori.

Insegnanti che si lamentano di avere una classe con troppi bambini con problemi e di quanto stavano bene quando l’anno prima avevano quella classe dove erano tutti “normali”.

Gli “psico” i “med” e quanti altri vedono i bambini una volta ogni sei mesi (se va bene), offrono indicazioni a scuola e a famiglia su come “compensare” ma ai quali non sento dire nulla rispetto a “promuovere “, “sollecitare”, “favorire”, “potenziare”.

Una frase che mi ha colpita molto. Incontro scuola-famiglia-servizi-professionista privato (io). La psicologa dei servizi a me “Guarda non vale neanche la pena è un ritardo importante. Cosa vuoi fare.” Cosa vuoi fare?????????? Posso fare tante di quelle cose che nemmeno puoi immaginare! Ecco che torna l’incavolatura. Ma si scriverà incavolatura?

Solo il fatto di prendersi cura di questi bambini, di offrire loro possibilità, strumenti, riflessioni mediate da noi. Solo questo li aiuta ad apprendere e li aiuta a non sentirsi i “diversi”, i “ritardati”.

Io sono per una pedagogia della modificabilità e per l’ educazione cognitiva. E contro le etichette.

Tè, biscotti e riabilitazione

Da qualche tempo ormai ho iniziato a fare riabilitazione con un’attenzione particolare alla persona. Con il tempo, parlando con genitori, bambini e ragazzi reduci da percorsi riabilitativi in questa o quella struttura, ho iniziato a porre attenzione agli aspetti che rimanevano ben impressi nella mente di chi queste strutture le aveva frequentate. E qui ve le riporto.

“Dottoressa, praticamente abbiamo passato più ore in sala d’attesa che nello studio del dottor…”, “L’incontro dura circa 45 minuti ma arrivano sempre telefonate e non facciamo in tempo a fare molte cose”, “Non mi chiedeva mai come stavo”, “Mi sembra di stare a scuola a fare i compiti”, “Mi annoio”, “E’ brutto e vecchio”, “Usciva per fumare”, “Piange sempre perchè deve stare seduta al tavolo tutto il tempo”…ecc…

E sto parlando di esperienze diverse. Ma spesso accomunate da questo sentimento di dispiacere, noia, disgusto, sofferenza in alcuni casi. Io, d’altro canto, come professionista privata, avevo già ritenuto importante creare la giusta accoglienza nello studio professionale dove opero, con una particolare attenzione agli ambienti. Una saletta d’attesa accogliente, con giochi, riviste e libri. Tempi più lunghi per l’intervento. 60 minuti che spesso diventano molti di più.Se non altro era il giusto servizio da offrire a chi “investiva” il suo denaro nel mio lavoro.

Ma soprattutto la mia attenzione andava alla relazione, il primo ed indispensabile strumento di lavoro. A costo di sentire da qualche genitore la frase. “Ma quando inizierà mio figlio a fare qualcosa?” (Come se conoscersi, aprirsi, entrare in relazione, giocare, comunicare, e quindi, acquisire maggiore sicurezza e autostima, siano un “non fare”).

Ma è dopo aver ascoltato con attenzione le persone che hanno gravitato intorno al mio studio che ho concretizzato ancor meglio la mia idea. Così l’incontro di rieducazione è di tipo assolutamente pedagogico. E’ un incontro tra un professionista (io) e una persona davanti ad un tè con i biscotti. E da quel momento lavoriamo così. I ragazzi vengono volentieri, si raccontano, si sentono a loro agio, e ce la mettono tutta, trovando una nuova motivazione ad apprendere.

Ogni tazza di tè rappresenta un viaggio immaginario.

Catherine Douzel

Difficoltà di lettura? Divertiamoci con i colori

“M. vuoi leggere?”

“No, non non mi va. Sono stanco…..” = ” Non mi piace leggere perché non è divertente. Faccio tanta fatica e mi sgridano perché non sono bravo.”

Come trasmettere a un bambino che ha difficoltà a leggere un po’ di amore per la lettura? Come interessarlo alle storie? Ma ancor prima a quel mondo pieno di confusione che è il mondo delle parole? I libri dopo la scuola dell’infanzia, non sono più divertenti. Sono solo parole nere su uno sfondo bianco… e parole sempre più piccole e vicine… E poi prima si leggeva per terra, sul tappettone di scuola alla materna, adesso sempre sedur composti sul banco…Blaaaa A chi piacerebbe? 🙂

E allora via libera al colore! E alle posizioni! Ma insomma. in fondo non si dice anche ad un adulto che la miglior cosa nella vita per appassionarsi è sperimentare, rompere la routine, divertirsi??!!

Il Metodo Educromo® proprio della Pedagogia Clinica prevede un percorso di facilitazione della lettura. Non solo quindi per i disturbi degli apprendimenti, ma anche per i bambini o i ragazzi che hanno poca motivazione a leggere o che hanno qualche difficoltà. “Un iniziale momento dell’intervento è finalizzato a promuovere nella persona, attraverso Giochi di Esplorazione e di Relazione condotti in un atelier, il Riequilibrio Psicoemozionale che sarà propedeutico alle tecniche corporee finalizzate alla Conoscenza di sé e alla Scoperta del Segno Grafico.
La fase più importante del metodo è tuttavia quella finale, in cui viene fatto un uso didattico della Lettura Cromatica e del Testo Cromatico, tecniche in cui risulta centrale l’utilizzo del colore come strumento fondamentale per facilitare la persona nelle esperienze di lettura. ”
Nelle esperienze di lettura cromatica al bambino viene proposto di leggere, assumendo posture privilegiate (seduta a terra, sdraiata), un testo proiettato su parete. Il bambino da subito è favorito nell’approcciarsi in modo “non convenzionale”, “non scolastico”, “divertente”. Paura che ci prenda troppo gusto? Gli insegnanti forse non sarebbero d’accorso: “già fatica a star seduto a scuola, se gli diamo pure il permesso di farlo” – obietterebbe qualcuno. Già, ma nella pratica non è così. Il bambino è consapevole e sa distinguere momenti differenti. diamogli un po’ di fiducia 🙂

Il lavoro segue ogni precetto indicato dagli interventi per la riabilitazione delle difficoltà di lettura: sillabe, sillabe inverse, lettura incalzante, non parole, parole e testi, ecc ecc. Ma in tutti casi viene data molta importanza al “come lo si fa”. Non direttamente davanti al pc ma in videoproiezione su parete di uno stimolo cromatico su sfondo nero, con righi in movimento, di grandezze diverse e con margini ridotti, per ridurre l’affaticamento e favorire l’attenzione e la discriminazione visiva.
“I quattro colori sono utilizzati in base alle preferenze della persona ma anche adattati alle caratteristiche di ogni singolo soggetto, in quanto hanno valori psicologici diversi.
Il rosso per persone timide e introverse, il giallo per chi presenta difficoltà di attenzione e nella tonicità muscolare, il blu per coloro che presentano irritabilità ed eccitabilità, il verde per chi manifesta disagi emozionali ecc. ” (Educromo)
Inoltre il bambino è invitato a giocare anche con la propria voce, al fine di favorire maggiore disinvoltura nella comunicazione paraverbale e nella relazione, a scandire il ritmo delle parole, a marcare la punteggiatura con espressioni facciali e con l’intonazione. Esperienze che avvieranno gradualmente la persona verso una maggiore disinvoltura nella lettura tradizionale del testo acromatico.

Mi piace. Mi piace vedere bambini che “odiano leggere”, divertirsi. A scuola, a casa, hanno strumenti di supporto ed aiuto preziosissimi. Ma non tralasciano del tutto la lettura. Non la temono. Non la odiano. Giocano con la lettura.

DSA un approccio “misto”

Questo articolo vuole essere un po’ il racconto, diario, della mia esperienza di riabilitatore con bambini con difficoltà negli apprendimenti. Nel corso della mia esperienza anche il mio approccio verso la riabilitazione si è modificato, grazie all’incontro con altri professionisti, professori universitari e teorie, ma soprattutto per l’incontro con gli stessi bambini. Ne  consegue che alla fine dei conti mi sono ritrovata a fare una specie di “fusione” di tutto quello che avevo sentito, sperimentato e dei risultati del lavoro svolto, perfezionando e maturando un vero e proprio metodo. E’ chiaro che in tutto ciò la prima cosa importante che ho capito è che non esiste un vademecum dell’approccio terapeutico che vada bene con tutti. Questo perchè per molti versi chi ha una difficoltà nell’apprendimento non ha solo quella. Potrei incontrare infatti un bambino con DSA e con bassa autostima, un filo di voce e un tono generale basso. Oppure un ragazzo con DSA e difficoltà nella relazione con i propri coetanei in piena adolescenza, con tutto quello che ne consegue. Oppure ancora un bambino con DSA e una forte impulsività. Ma allora: dovrei forse trattare tutti allo stesso modo? Dovrei propinare loro un software di allenamento e basta? Dovrei renderli consapevoli della loro difficoltà offrendo loro strumenti compensativi e basta?Io credo ed ho sempre creduto che sia importante valutare una situazione in senso “olistico”. Una persona è un insieme di cose, è assolutamente e del tutto peculiare. Se al mio bambino piace muoversi dovrò trovare il sistema di farlo leggere sfruttando il suo stesso movimento e sapendolo incanalare le sue energie nel modo più giusto.

Ecco da cosa nasce il metodo misto. Dalla consapevolezza che c’è qualcosa di buono in ogni strumento di intervento riabilitativo, ma che lo strumento da solo non basta. Non basta infatti: la psicomotricità, non basta il software, non basta l’esercizio, non basta la coordinazione oculo-manuale, la fissazione, l’equilibrio posturale, non basta la motivazione… Nessun intervento, DA SOLO, basta a se stesso. E’ importante che l’intervento sia globale e assolutamente personale.

Ecco allora che per esempio oggi con M. , dislessico, disortografico e impulsivo, poco motivato ad apprendere per effetto della continua frustrazione, sono molte le attività riabilitative offerte. Attività in piedi alternate ad attività seduto. Come si può pensare infatti di tenerlo per un’ora seduto alla scrivania dello studio? Attività che mettono in gioco tutto il suo sistema nervoso: come la lettura sulla pedana propriocettiva. Che ha come effetto quello di regolare il tono muscolare, riequilibrare la postura (importante aspetto della lettura che spesso viene sottovalutato), e di esercitarlo alla lettura nell’ottica di qualsiasi software prodotto e in commercio. Già perchè le attività proposte da un “… Edizioni Erikson” sono attività più che valide e che utilizzo volentieri, ma che di per se stesse non bastano. Non basta farlo lavorare esclusivamente al pc, seppur con attività accattivanti, anche da un punto di vista visivo. Le stesse attività possono essere estrapolate, stampate su carta (magari con carattere 16 e interlinea 1,5 … ottimale per la lettura di un dislessico) e “giocate”. Giocate con il corpo, con la voce, con il movimento, con l’equilibrio. Quanto ci guadagna in più il bambino che può fare una lettura sillabica per esempio in equilibrio? Oppure scandita da battito di un tamburello (temporalizzazione), oppure ancora abbinandola a giochi per l’emissione vocale e la corretta respirazione (sarà meno ansiogeno leggere se ho la possibilità di emettere l’aria nel modo più corretto scaricando in questo modo anche la conseguente tensione che si produce nel lettore in difficoltà?). E così il bambino non è costretto a stare sempre e solo seduto nell’esecuzione di un compito. E nella sua mente si farà largo anche il pensiero che “in fondo leggere può essere anche un’attività divertente seppur faticosa”. E così potremmo ottenere un riavvicinamento al piacere della lettura, molto difficile da ottenere in questi bambini.

Quello che ho visto con il tempo e l’esperienza è che è possibile fare molte cose e stimolare il bambino a più dimensioni. La cosa più importante è avere una mente aperta. E non secondariamente: alzare il sedere dalla sedia e fare insieme a lui, saltando, correndo, giocando… facendo fatica. Se un riabilitatore, un professionista dell’intervento non si alza mai, non lo vedete mai in scarpe comode o da ginnastica… umz…. ma che farà tutto il tempo??? 🙂