PARLARE AD UN FIGLIO

Qualche tempo fa una cara amica mi chiede di aprire la sua conferenza dal titolo “L’ascolto attivo”. E’ a questo proposito che, rispondendo con piacere alla sua proposta, inizio di nuovo a pensare alle diverse forme di comunicazione e alle difficoltà di molti genitori e figli legate alla comunicazione. Nasce così la mia introduzione all’argomento come momento di riflessione anche professionale. A partire da una domanda: Perché è importante saper comunicare?

Perché moltissime delle difficoltà di fronte alle quali si trovano genitori, insegnanti, educatori, bambini e ragazzi, coppie ruotano intorno al concetto di “buona” o “cattiva” comunicazione? Mi viene in mente M. 10 anni che non riesce a guardare la madre mentre parla. Si gira dall’altra parte mostrandole le spalle e parla in un punto nel vuoto. Oppure penso a R. . Fatico a ricordare la sua voce perché è la mamma che parla di R. che racconta quello che pensa, cosa ha fatto, come sta.

Il termine comunicare è collegato alla parola comune, che deriva dal latino comunicare (ovvero condividere), che è a sua volta correlato alla parola latina communis (comune). La comunicazione è sì uno scambio tra individui che consente di trasmettere il sapere da generazione in generazione divenendo in questo modo veicolo culturale, ma è soprattutto mettersi in relazione con l’altro, condividere.

Da ciò ne deriva che una buona comunicazione è importante fin dalla nascita.  Il bambino, per il suo sviluppo sano, ha bisogno di vivere quotidianamente situazioni comunicative che siano stimolanti, gratificanti e soprattutto chiare. Lo sguardo della madre che osserva silenziosa il bambino che si esprime nel pianto senza offrirne immediata soluzione è la primissima forma di comunicazione a due vie (studi sul linguaggio e sulla prevenzione dei disturbi del linguaggio)

Spesso quando si pensa alla parola comunicare si pensa al “dire” qualcosa. Ma nella comunicazione ci sono due vie: il dire e l’ascoltare. Da un punto di vista educativo un buon intervento comunicativo si fonda non tanto sul detto ma bensì sull’ascolto. L’ascolto è fondamentale per divenire individui capaci di apprendere informazioni ed emettere messaggi appropriati alle situazioni. All’interno dello spazio del silenzio e dell’ascolto l’altro (il compagno, l’amico, il bambino…) si sente sostenuto.  E’ in quello spazio, uno spazio “permesso”, un tempo di attesa che l’altro può riconoscersi come soggetto. Ed è da qui che si origina l’autostima.

Ne consegue dopo questo “intervallo teorico” che un genitore in primis per imparare a parlare ad un figlio deve imparare a saper ascoltare un figlio. E che per ascoltare prima di tutto bisogna saper tacere se stessi e i propri bisogni per mettersi a servizio dell’altro. Non c’è una risposta giusta. Il silenzio è lo spazio delle molte risposte.