A Mestre-Venezia si balla contro il Parkinson

Affascinante, appassionante come non te l’aspetti, anche per chi da qualche anno ha scoperto quella malattia che rende tutto più incerto e difficile, parlare, scrivere, camminare… Tutto, tranne lasciarsi trasportare dal tango.
Tango argentino, quello vero: quello che si ballava nei quartieri popolari di Buenos Aires e che nello Spazio 156, sede dell’omonima associazione di via Torino, è il passatempo perfetto per le persone affette dal Morbo di Parkinson.
Il medico scettico, ma poi… Passatempo, o forse qualcosa di più. Lo spiega il dottor Michele Zecchini, medico di base mestrino, appassionato ballerino amatoriale, che per primo ha avuto l’idea: «Io e mia moglie siamo appassionati di tango argentino e andiamo a scuola di ballo. E cercando informazioni sulla musica – spiega il medico – mi sono imbattuto in modo abbastanza casuale in una serie di articoli che magnificavano il tango argentino come aiuto per la depressione, l’ipertensione, e congressi sui benefici anche nei confronti dei malati di Parkinson. Io ero molto scettico, ma poi ho letto un’intervista al presidente di un’associazione di parkinsoniani che diceva: se ballo, la mattina dopo scrivo meglio…».
Fattiditango e Parkinsoniani associati. E da qui, conferma il dottore, il passo è stato breve. «Ho coinvolto il mio maestro Giuseppe Scarparo dell’associazione Fattiditango e ci siamo coordinati: lui mi spiegava il tango e io gli spiegavo il Morbo di Parkinson. Poi siamo partiti con il primo gruppo di prova…». Da qui il coinvolgimento dell’Associazione “Parkinsoniani Associati Mestre-Venezia e Provincia onlus” e del suo presidente Tony Marra, con cui è nato il primo ciclo di lezioni. «Le prime prove le abbiamo fatte nel silenzio generale, volevamo verificare – continua il dottor Zecchini – io ho invitato dei medici, neurologi e fisiatri, uno dei quali una sera mi ha chiesto perché una persona entrando trascinava la gamba, e ballando non lo faceva più».
L’attività aiuta. Ma degli effetti benefici di questa attività solo i diretti interessati potrebbero parlare. Come Gianni, 48 anni, impiegato in un ufficio di Mestre: «Mi hanno diagnosticato la malattia nel 2006 – racconta – da allora, ovviamente, ho provato un po’ di tutto, certo non avevo mai ballato in vita mia, ma ho voluto provare anche questo. Intanto, se uno si concentra sui passi che deve fare non pensa ai suoi malanni, poi avere un’attività di gruppo aiuta: mi sto trovando bene, quando sono qui l’ora alla settimana mi passa velocemente, senza problemi di qualsiasi tipo e questo mi sembra positivo, già il fatto di aver cominciato a ballare è un risultato ed è un’esperienza che consiglio».
Per camminare aiuta. Eppure, anche a passo di danza il dottore ci va con i piedi di piombo. «Non vogliamo parlare di uso terapeutico del ballo, ma di un passatempo che oggi coinvolge una decina di persone a Mestre: vengono qui, non saltano una lezione, fanno tutti gli esercizi, si divertono e alla prima occasione si mettono a ballare». E qualcuno, pur senza gridare al miracolo, afferma che anche camminare per la strada con in testa un brano di tango aiuta.
Sul perché di questi risultati, la comunità scientifica sta ancora ragionando. «C’è una grossa discussione in corso – ammette il dottor Zecchini – il tango argentino è un ballo che non ha schemi precostituiti, è fondato su cambi di direzione, di ritmo e di velocità, e qualcuno dice che sfrutta gli schemi nervosi dell’organismo. I non malati sfruttano cioè i circuiti nervosi che sono integri, i malati sono invece guidati a ripercorrere i meccanismi nervosi corretti».
Volontà di partecipazione. Un risultato di cui va fiera anche Marzia Rocchi, presidente dell’associazione culturale “Lo Spazio 156”, tra i primi a credere al progetto: «L’Associazione si prefigge di essere punto di incontro tra persone di tutte le età, con interessi e passioni diverse, ma la stessa volontà di partecipazione in una società che non offre quasi più occasioni e spazi di incontro e confronto, importante soprattutto in casi come questo». Organizza anche corsi di flamenco e danza jazz, di Tai Chi e Shiatsu, corsi di storia dell’arte e visite guidate, corsi di disegno, pittura, decorazione e ceramica. Per info tel. 328.68. 41833.

Maria Paola Scaramuzza

Tratto da GENTE VENETA, n.17/2010

Portogruaro (VE): ambulatorio Parkinson al San Tommaso

Aperto un nuovo ambulatorio dedicato al trattamento della malattia di Parkinson e dei disturbi del movimento. Istituito agli ambulatori di neurologia all’ospedale San Tommaso dei Battuti, il servizio sarà aperto ogni secondo e quarto martedì del mese, dalle 11 alle 13. Provvederà a svolgere la diagnosi e la cura dei pazienti, a visite neurologiche in base alla storia clinica e al quadro semiologico diagnostico, a svolgere terapie farmacologiche, riabilitative, neurochirurgiche, nonchè al monitoraggio delle terapie. il direttore dell’unità di neurologia è il proff.Sebastiano D’Anna.

Bambini e cibo

L’uso distorto dei cibi tra i bambini è in continuo aumento. L’attuale condizione socio-culturale può indurre a forme di rapporto complesso e anomalo col cibo, attraverso dinamiche inconsce e spesso difficili da individuare.

La finalità di un approccio pedagogico è quella di aiutare mamme e papà a cogliere il messaggio che il comportamento alimentare veicola e di aiutare il bambino ad affrontare le difficoltà.

La letteratura scientifica che si è occupata di disturbi alimentari e di disordini ad essi correlati ha prodotto migliaia di articoli, con una crescita esponenziale soprattutto negli ultimi vent’anni. Attraverso tali ricerche sono state messe in luce relazioni tra disturbi alimentari e ansia di abbandono (Meyer e Waller, 2000), depressione (Mansfield et al., 2000; Stunkard et al., 2003),  problemi relazionali con i genitori e stili di attaccamento (Ward et al. 2001; Ramacciotti et al., 2001).
Non esiste una causa specifica per spiegare la natura e l’insorgenza di un disturbo dell’alimentazione, tutti gli studiosi concordano nell’affermare che per spiegarne l’origine sia necessario ricorrere ad un’ottica “multifattoriale”, cioè ricercare un insieme di fattori che concorrono all’instaurarsi e al mantenersi del disturbo.

A sostegno di ciò, interessanti sono le recenti teorie di Hilde Bruch, di Selvini Palazzoli e Minuchin, i quali, attraverso vari studi, hanno notato come i soggetti con disturbi del comportamento alimentare manifestano sentimenti di inadeguatezza e incompetenza, dovuta alla incongruenza di risposte che ricevono dalla madre sin dalle prime esperienze di vita.
A partire, quindi dalle teorizzazioni di Hilde Bruch e dalla letteratura scientifica, è possibile riscontrare una caratteristica comune: un deficit dell’autostima. L’autostima corrisponde all’opinione che l’individuo ha di sé stesso e si organizza sulla base delle proprie esperienze che includono anche il come si è valutati dagli altri con tutte le interazioni che ne derivano.

Nonostante il peso delle valutazioni altrui ci accompagna e ci condiziona, in misura variabile, per tutta la vita, è importante sottolineare quanto peso abbiano le figure di attaccamento nelle fasi precoci di sviluppo del sé e del primo nucleo dell’autostima: il bambino tende a introiettare i valori di riferimento degli adulti significativi, a far sue le loro richieste e aspettative, a condividere i giudizi e gli atteggiamenti che loro manifestano nei suoi confronti. Quindi, le sue prime autovalutazioni coincideranno in buona misura con quelle che gli altri gli trasmettono, anche in modo indiretto e implicito.  Questo sentimento così elementare è il primo nucleo della sua autostima che, per quanto primitiva, può essere anche molto solida e difficilmente permeabile.

E’ indispensabile quindi entrare in relazione con i bambini e i ragazzi proponendo esperienze che favoriscano un’autostima sana sin dall’infanzia, perché è proprio durante quest’età che si gettano le basi delle percezioni che si avranno di sé nel corso della vita.
infatti n onostante l’adolescenza sia considerata la fase cruciale in cui maggiore è l’esordio di disordini alimentari, è tuttavia frequente riscontrare nell’anamnesi di soggetti con tali disturbi segnali di disagio nei rapporti con il cibo e con il loro corpo ben antecedenti all’età adolescenziale, caratterizzati da periodi di rifiuto del cibo, episodiche idiosincrasie per alcuni alimenti, fasi di nutrizione ristretta ad un paio di varietà di cibi o abbuffate vere e proprie.
Elementi cruciali sono l’interesse e la centralità che nelle relazioni affettive del bambino viene ad assumere il cibo; il pasto diventa il terreno su cui si giocano i conflitti, le gratificazioni e le manifestazioni d’affetto.
La preoccupazione per l’alimentazione predomina, nelle cure del neonato, fin dall’inizio della vita. Il bambino, a causa del suo stato di impotenza e di dipendenza totale, deve inizialmente esser nutrito e conquista solo progressivamente quell’autonomia che gli permetterà di nutrirsi da solo. Nel bambino piccolo il piacere di mangiare è legato allo scambio, dato il posto inevitabile che l’alimentazione occupa nei primi rapporti che egli stabilisce con la madre. E’ come se la soddisfazione dei bisogni costituisse per la madre un’occasione per insegnare il piacere al piccolo. Le prime esperienze, quindi, di soddisfazione e di insoddisfazione, di piacere e di dispiacere, di speranza e di delusione, come del resto anche i primi conflitti vengono sperimentati nella relazione alimentare. E’ attraverso la soddisfazione dei suoi bisogni di fame che il bambino apprende a riconoscere e a differenziare in modo esatto i suoi stimoli fisiologici, giungendo a discernerne il significato e ad apprendere i comportamenti adatti per soddisfarli: per questa via egli giungerà alla coscienza della propria identità corporea. Ciò è possibile solo se i genitori considerano il figlio come “un altro da sé” in grado di avere bisogni discordanti dai loro, dalle loro percezioni e concettualizzazioni. Al contrario, una madre iperprotettiva è incapace di concepire il figlio come una persona nel suo proprio diritto. Secondo quest’ottica, i disturbi alimentari vengono definiti non solo dal comportamento di un membro della famiglia, ma dalle interrelazioni di tutti i membri.
Quindi oggi essere sensibili verso i primi segnali di disagio del bambino verso il cibo o mettere in luce funzionamenti familiari disfunzionali che portano allo sviluppo di una bassa autostima, può aiutare a promuovere interventi di prevenzione già nella preadolescenza, quando il disturbo non è divenuto ancora patologico e quindi grave, ma rivela solo un disagio del bambino verso il cibo.

Le polemiche intorno ai DSA

Ho letto delle molte polemiche intorno alla questione DSA. Sto partecipando ad un Master sui DSA a Milano e anche in quella sede se n’è parlato molto e con grande intensità. Oggi ho letto la “Precisazione a proposito di polemiche su DSA e AHDH” (cito) del prof Israel all’interno del suo blog.

Mi sembra importante in un dibattito, qualunque argomento esso tratti, ascoltare tutte i punti di vista e le argomentazioni, accogliere i chiarimenti e le motivazioni. E quindi io partirò da qui. Arrivando ultima, con il mio piccolo ed esiguo punto di vista. Ma lo scopo del mio blog non è la propanga, anzi, è volutamente silenzioso, aperto ad una dimensione privata, quella dello scambio di esperienze e di idee con ragazzi, genitori, insegnati e chiunque altro lo trovi un terreno interessante.

Il prof Israel racconta di una definizione, quella di DSA, scientificamente inconsistente (cito). Io credo che una certa consistenza ci sia, visto che se ne parla. Se poi diciamo che non c’è una uniformità di vedute e quindi poca chiarezza in merito (quindi scientificità) anche questo è vero. Ad oggi esistono diverse scuole di pensiero, anche molto diverse tra loro. Se c’è una cosa che ho capito frequentando seminari e master è che tra gli stessi professionisti ed esperti ci sono posizioni e contrasti in atto, anche tra chi è “dalla stessa parte”. La prima cosa a cui penso quindi quando leggo l’articolo del prof Israel è: “a quali esperti fa riferimento? conosce tutte le scuole di pensiero o si riferisce alle affermazioni più largamente diffuse?”. Perchè se (cito) l’affermazione di DSA è scientificamente inconsistente allora quelle affermazioni a cui si riferisce sono il risultato di una sola visione del chiamiamolo problema e non una sintesi personale frutto dell’analisi di tutte le argomentazioni sul tema”.

Io sono una giovane professionista, con probabilmente una esperienza limitata e ancora, sempre, in formazione. Ho creato questo blog con la sola volontà di parlare, di raccontare esperienze e vissuti, insomma, dire la mia. Quello che faccio è non fermarmi a una definizione, ma raccontare una vita, che è molto altro.

Gli insegnanti possono migliorare? Certo. Anche grazie al fatto che si parli tanto di loro in tutti questi dibattiti. Tutto ciò li costringe a tenersi aggiornati e le critiche dure che a volte arrivano all’insegnamento più o meno fondate costringono a rimettersi in discussione, che non fa mai male.

I genitori possono migliorare? Certo. Perchè non vivano gli insuccessi dei figli con amarezza, o come propri insuccessi, ma che trovino la forza di separarsi dai propri figli, sostenendoli nelle battaglie della loro vita.

I bambini possono migliorare? Certo. Prima di tutto escludendoli dai grandi dibattiti dei grandi. Offrendolo loro, se hanno delle difficoltà, strumenti “correttivi”, ma soprattutto insegnandogli l’amore per le cose, e dando loro coraggio, forza, stima in se stessi. In fondo un paio di lenti aiuta a vedere meglio il mondo. E anche se a un bambino viene riconosciuta una difficoltà e vengono dati questi speciali occhiali (diagnosi DSA e strumenti compensativi) non dovrà poi comunque andare a scuola, amare Pitagora o Dante?

Il brutto delle polemiche è questo. Chissà perchè una posizione ne deve sempre escludere un’altra… Mah…

E tornando al mondo dei bambini. Tutto questo me lo ricorda molto. Quando insegnavo e non capivo perchè i bambini non riuscivano a cooperare…………

Caro Parkinson… Diario della malattia parte I

Oggi è mercoledì  ma non incontrerò, come il solito il mio gruppo, siamo in pausa estiva. Mi manca

tutta la compagnia, credo che manderò qualche  messaggio.

Spesso mi chiedo cosa ci unisce con tanta forza ,    con tanto affetto.

Certo..la malattia, il nostro grande “capitano “…la palestra …ma  credo ci sia dell’ altro.

C’è lo sconvolgente iter attraverso il quale si arriva al fatidico verdetto : “Morbo di  Parkinson “e già la parola “ morbo “ ti fa accapponare la pelle !!

C’è la rabbia  dell’inizio, quando ti ripeti  all’infinito : “ perché io ! “.

C’è la “ messa in piazza “ : “ lo dico, a chi lo dico…non riesco a dirlo..non lo dirò mai a nessuno !!.

C’ è uno scambio di informazioni, specialmente sull’ assunzione dei farmaci: “ cosa prendi,  quante

ne prendi…si bisbiglia sugli effetti collaterali, sui disagi e sui dolori vari.

Si parla della scelta del neurologo: “ io vado al Centro di Milano “ …”io ne cerco uno più comodo , vicino a casa,  tanto cosa cambia !!!”…

E poi si cambia neurologo e si passa dal cardiologo, dal dietologo, dal fisioterapista e se serve dal gommista. Si, perché l’ auto ti serve e devi per forza tenerti la patente.

C’è che al mattino devi faticare per metterti in cammino, con la forza di volontà , via al lavoro,

con il sorriso e incontri l’amico che ti dice :” Ti vedo bene..e..io lo so, tu sei forte !!! “

Come se fosse un obbligo esserlo e perché questa malattia non ha scadenza e dopo un po’ diventi noioso e allora quando mi chiedono come sto, mi viene il nervoso e non rispondo.

Bianca

Superare un dolore

E’ un ragazzino molto intelligente, sensibile, e piuttosto maturo per la sua età. Viene da me accompagnato dalla mamma, ma le motivazioni non mi sono subito molto chiare. Poi piano piano, qualcosa emerge. Un disegno, un nome gettato lì senza alcun significato (apparente). Io non faccio domande. Sono una pedagogista, non indago, ma ascolto. So che ci sono ricadute sulla scuola, un rendimento buono che si sta abbassando, ma capisco che non è un problema. Lui è intelligente, sta ascoltando le lezioni, apprende, ma ha deciso di sospendere, di mettersi in sospeso. Non significa che non stia capendo, ma non ha voglia di dedicarsi alla scuola. Ma è difficile per chi sta intorno a lui capire che c’è qualcosa di più importante, di più urgente. C’è la preoccupazione, perchè in fondo “i professori non si interessano di educazione, ma di rendimento. Non importa quanto sei intelligente, se poi i tuoi voti sono bassi”.

Piano piano, è arrivata la fiducia, il benessere. A forza di stare insieme, per terra, scalzi e su un tappeto pieno di cuscini “Come a casa” mi dice “Anzi meglio”. “perchè non mi fai domande?” “tutti mi chiedono sempre cos’ho”. E si apprezzano i lunghi silenzi. I genitori preoccupati “Ma cosa fate per un’ora?” “Non starò sprecando tempo e denaro”. Perchè cerchiamo di misurare e quantificare tutto… anche il benessere.

E arriva un bellissimo giorno, dove mi fa ascoltare musica, la sua musica, le sue canzoni, che trova il coraggio di cantarmi. Ed esce tutto, come un fiume, in maniera semplice e chiara, a modi suo, non mio. E io sono sempre lì, a gioire insieme a lui, a condividere il suo dolore e a fare da argine. Oggi sono felice. Mi ha dato molto, più di quanto io abbia dato a lui. forse è questo che fa la differenza. Mi chiedo sempre se lavorare con le emozioni, sulle difficoltà, sul dolore, sulla paura sia seguire un protocollo diagnostico. Credo proprio di no.

Occupo uno spazio

Mi guardo i piedi,

occupano uno spazio.

Faccio qualche passo,

ora morbido,

ora solido, al contatto.

Risalgo con lo sguardo

lungo gli arti.

Mi trovo nel tronco e

nelle braccia.

Le mani si aprono e

chiudono a comando.

Al collo è appeso quello

che  chiamiamo capo.

Posso immaginare gli occhi,

il naso e la bocca,

pure le orecchie e

i capelli……

ma non è visibile,

quello che sto cercando.

Rorato Bianca Maria