Bambini e cibo

L’uso distorto dei cibi tra i bambini è in continuo aumento. L’attuale condizione socio-culturale può indurre a forme di rapporto complesso e anomalo col cibo, attraverso dinamiche inconsce e spesso difficili da individuare.

La finalità di un approccio pedagogico è quella di aiutare mamme e papà a cogliere il messaggio che il comportamento alimentare veicola e di aiutare il bambino ad affrontare le difficoltà.

La letteratura scientifica che si è occupata di disturbi alimentari e di disordini ad essi correlati ha prodotto migliaia di articoli, con una crescita esponenziale soprattutto negli ultimi vent’anni. Attraverso tali ricerche sono state messe in luce relazioni tra disturbi alimentari e ansia di abbandono (Meyer e Waller, 2000), depressione (Mansfield et al., 2000; Stunkard et al., 2003),  problemi relazionali con i genitori e stili di attaccamento (Ward et al. 2001; Ramacciotti et al., 2001).
Non esiste una causa specifica per spiegare la natura e l’insorgenza di un disturbo dell’alimentazione, tutti gli studiosi concordano nell’affermare che per spiegarne l’origine sia necessario ricorrere ad un’ottica “multifattoriale”, cioè ricercare un insieme di fattori che concorrono all’instaurarsi e al mantenersi del disturbo.

A sostegno di ciò, interessanti sono le recenti teorie di Hilde Bruch, di Selvini Palazzoli e Minuchin, i quali, attraverso vari studi, hanno notato come i soggetti con disturbi del comportamento alimentare manifestano sentimenti di inadeguatezza e incompetenza, dovuta alla incongruenza di risposte che ricevono dalla madre sin dalle prime esperienze di vita.
A partire, quindi dalle teorizzazioni di Hilde Bruch e dalla letteratura scientifica, è possibile riscontrare una caratteristica comune: un deficit dell’autostima. L’autostima corrisponde all’opinione che l’individuo ha di sé stesso e si organizza sulla base delle proprie esperienze che includono anche il come si è valutati dagli altri con tutte le interazioni che ne derivano.

Nonostante il peso delle valutazioni altrui ci accompagna e ci condiziona, in misura variabile, per tutta la vita, è importante sottolineare quanto peso abbiano le figure di attaccamento nelle fasi precoci di sviluppo del sé e del primo nucleo dell’autostima: il bambino tende a introiettare i valori di riferimento degli adulti significativi, a far sue le loro richieste e aspettative, a condividere i giudizi e gli atteggiamenti che loro manifestano nei suoi confronti. Quindi, le sue prime autovalutazioni coincideranno in buona misura con quelle che gli altri gli trasmettono, anche in modo indiretto e implicito.  Questo sentimento così elementare è il primo nucleo della sua autostima che, per quanto primitiva, può essere anche molto solida e difficilmente permeabile.

E’ indispensabile quindi entrare in relazione con i bambini e i ragazzi proponendo esperienze che favoriscano un’autostima sana sin dall’infanzia, perché è proprio durante quest’età che si gettano le basi delle percezioni che si avranno di sé nel corso della vita.
infatti n onostante l’adolescenza sia considerata la fase cruciale in cui maggiore è l’esordio di disordini alimentari, è tuttavia frequente riscontrare nell’anamnesi di soggetti con tali disturbi segnali di disagio nei rapporti con il cibo e con il loro corpo ben antecedenti all’età adolescenziale, caratterizzati da periodi di rifiuto del cibo, episodiche idiosincrasie per alcuni alimenti, fasi di nutrizione ristretta ad un paio di varietà di cibi o abbuffate vere e proprie.
Elementi cruciali sono l’interesse e la centralità che nelle relazioni affettive del bambino viene ad assumere il cibo; il pasto diventa il terreno su cui si giocano i conflitti, le gratificazioni e le manifestazioni d’affetto.
La preoccupazione per l’alimentazione predomina, nelle cure del neonato, fin dall’inizio della vita. Il bambino, a causa del suo stato di impotenza e di dipendenza totale, deve inizialmente esser nutrito e conquista solo progressivamente quell’autonomia che gli permetterà di nutrirsi da solo. Nel bambino piccolo il piacere di mangiare è legato allo scambio, dato il posto inevitabile che l’alimentazione occupa nei primi rapporti che egli stabilisce con la madre. E’ come se la soddisfazione dei bisogni costituisse per la madre un’occasione per insegnare il piacere al piccolo. Le prime esperienze, quindi, di soddisfazione e di insoddisfazione, di piacere e di dispiacere, di speranza e di delusione, come del resto anche i primi conflitti vengono sperimentati nella relazione alimentare. E’ attraverso la soddisfazione dei suoi bisogni di fame che il bambino apprende a riconoscere e a differenziare in modo esatto i suoi stimoli fisiologici, giungendo a discernerne il significato e ad apprendere i comportamenti adatti per soddisfarli: per questa via egli giungerà alla coscienza della propria identità corporea. Ciò è possibile solo se i genitori considerano il figlio come “un altro da sé” in grado di avere bisogni discordanti dai loro, dalle loro percezioni e concettualizzazioni. Al contrario, una madre iperprotettiva è incapace di concepire il figlio come una persona nel suo proprio diritto. Secondo quest’ottica, i disturbi alimentari vengono definiti non solo dal comportamento di un membro della famiglia, ma dalle interrelazioni di tutti i membri.
Quindi oggi essere sensibili verso i primi segnali di disagio del bambino verso il cibo o mettere in luce funzionamenti familiari disfunzionali che portano allo sviluppo di una bassa autostima, può aiutare a promuovere interventi di prevenzione già nella preadolescenza, quando il disturbo non è divenuto ancora patologico e quindi grave, ma rivela solo un disagio del bambino verso il cibo.

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Le polemiche intorno ai DSA

Ho letto delle molte polemiche intorno alla questione DSA. Sto partecipando ad un Master sui DSA a Milano e anche in quella sede se n’è parlato molto e con grande intensità. Oggi ho letto la “Precisazione a proposito di polemiche su DSA e AHDH” (cito) del prof Israel all’interno del suo blog.

Mi sembra importante in un dibattito, qualunque argomento esso tratti, ascoltare tutte i punti di vista e le argomentazioni, accogliere i chiarimenti e le motivazioni. E quindi io partirò da qui. Arrivando ultima, con il mio piccolo ed esiguo punto di vista. Ma lo scopo del mio blog non è la propanga, anzi, è volutamente silenzioso, aperto ad una dimensione privata, quella dello scambio di esperienze e di idee con ragazzi, genitori, insegnati e chiunque altro lo trovi un terreno interessante.

Il prof Israel racconta di una definizione, quella di DSA, scientificamente inconsistente (cito). Io credo che una certa consistenza ci sia, visto che se ne parla. Se poi diciamo che non c’è una uniformità di vedute e quindi poca chiarezza in merito (quindi scientificità) anche questo è vero. Ad oggi esistono diverse scuole di pensiero, anche molto diverse tra loro. Se c’è una cosa che ho capito frequentando seminari e master è che tra gli stessi professionisti ed esperti ci sono posizioni e contrasti in atto, anche tra chi è “dalla stessa parte”. La prima cosa a cui penso quindi quando leggo l’articolo del prof Israel è: “a quali esperti fa riferimento? conosce tutte le scuole di pensiero o si riferisce alle affermazioni più largamente diffuse?”. Perchè se (cito) l’affermazione di DSA è scientificamente inconsistente allora quelle affermazioni a cui si riferisce sono il risultato di una sola visione del chiamiamolo problema e non una sintesi personale frutto dell’analisi di tutte le argomentazioni sul tema”.

Io sono una giovane professionista, con probabilmente una esperienza limitata e ancora, sempre, in formazione. Ho creato questo blog con la sola volontà di parlare, di raccontare esperienze e vissuti, insomma, dire la mia. Quello che faccio è non fermarmi a una definizione, ma raccontare una vita, che è molto altro.

Gli insegnanti possono migliorare? Certo. Anche grazie al fatto che si parli tanto di loro in tutti questi dibattiti. Tutto ciò li costringe a tenersi aggiornati e le critiche dure che a volte arrivano all’insegnamento più o meno fondate costringono a rimettersi in discussione, che non fa mai male.

I genitori possono migliorare? Certo. Perchè non vivano gli insuccessi dei figli con amarezza, o come propri insuccessi, ma che trovino la forza di separarsi dai propri figli, sostenendoli nelle battaglie della loro vita.

I bambini possono migliorare? Certo. Prima di tutto escludendoli dai grandi dibattiti dei grandi. Offrendolo loro, se hanno delle difficoltà, strumenti “correttivi”, ma soprattutto insegnandogli l’amore per le cose, e dando loro coraggio, forza, stima in se stessi. In fondo un paio di lenti aiuta a vedere meglio il mondo. E anche se a un bambino viene riconosciuta una difficoltà e vengono dati questi speciali occhiali (diagnosi DSA e strumenti compensativi) non dovrà poi comunque andare a scuola, amare Pitagora o Dante?

Il brutto delle polemiche è questo. Chissà perchè una posizione ne deve sempre escludere un’altra… Mah…

E tornando al mondo dei bambini. Tutto questo me lo ricorda molto. Quando insegnavo e non capivo perchè i bambini non riuscivano a cooperare…………

Superare un dolore

E’ un ragazzino molto intelligente, sensibile, e piuttosto maturo per la sua età. Viene da me accompagnato dalla mamma, ma le motivazioni non mi sono subito molto chiare. Poi piano piano, qualcosa emerge. Un disegno, un nome gettato lì senza alcun significato (apparente). Io non faccio domande. Sono una pedagogista, non indago, ma ascolto. So che ci sono ricadute sulla scuola, un rendimento buono che si sta abbassando, ma capisco che non è un problema. Lui è intelligente, sta ascoltando le lezioni, apprende, ma ha deciso di sospendere, di mettersi in sospeso. Non significa che non stia capendo, ma non ha voglia di dedicarsi alla scuola. Ma è difficile per chi sta intorno a lui capire che c’è qualcosa di più importante, di più urgente. C’è la preoccupazione, perchè in fondo “i professori non si interessano di educazione, ma di rendimento. Non importa quanto sei intelligente, se poi i tuoi voti sono bassi”.

Piano piano, è arrivata la fiducia, il benessere. A forza di stare insieme, per terra, scalzi e su un tappeto pieno di cuscini “Come a casa” mi dice “Anzi meglio”. “perchè non mi fai domande?” “tutti mi chiedono sempre cos’ho”. E si apprezzano i lunghi silenzi. I genitori preoccupati “Ma cosa fate per un’ora?” “Non starò sprecando tempo e denaro”. Perchè cerchiamo di misurare e quantificare tutto… anche il benessere.

E arriva un bellissimo giorno, dove mi fa ascoltare musica, la sua musica, le sue canzoni, che trova il coraggio di cantarmi. Ed esce tutto, come un fiume, in maniera semplice e chiara, a modi suo, non mio. E io sono sempre lì, a gioire insieme a lui, a condividere il suo dolore e a fare da argine. Oggi sono felice. Mi ha dato molto, più di quanto io abbia dato a lui. forse è questo che fa la differenza. Mi chiedo sempre se lavorare con le emozioni, sulle difficoltà, sul dolore, sulla paura sia seguire un protocollo diagnostico. Credo proprio di no.

Una personale esperienza di chi ha corso per il Parkinson

25 APRILE 2010  a San  Cugat

Oggi è il gran giorno, nella camera dell’hotel, fervono i preparativi: Le mie amiche si scambiano i calzini,

quelli di Maria Rosa , sono perfetti con la tuta di Nadia.  Indossate le scarpe da ginnastica corriamo  giù,

dove ci aspettano puntuali, Carmen e il marito, per portarci al Palazzetto dello Sport di San Cugat.

La conversazione non è facile, non conosciamo lo spagnolo e c’è un po’ d’imbarazzo. Io ho il mio metodo,

quando  non capisco , guardo le persone negli occhi  e sorrido. Funziona !!

La giornata è luminosa, il sole scalda, la pioggia non si farà vedere.

Dentro al Palazzetto,ci sono  Fulvio e Nuria e altre persone che ci accolgono a braccia aperte. Sanno che

veniamo dall’Italia, qualcuno , che ha conosciuto Giovanna, mi abbraccia con calore e commozione.

Entriamo in un clima di forti emozioni, ognuno porta il suo contributo, correndo come e quanto può

passando un tulipano come testimone.

Adelante ! Toca a ti -ecco il motto della manifestazione che si prefigge di far conoscere la malattia di

Parkinson, perché dietro al tremore c’è molto di più e per cercare di far uscire malati e famigliari che

a volte non riescono, per vergogna o altro, a fare una vita normale, tra i tanti limiti e difficoltà.

Ho visto gente e situazioni diverse, ho cantato e pianto, sono uscita da quel luogo carica di orgoglio,

per me perché c’ero, per  chi ha lavorato tanto per la riuscita dell’evento,  consapevole che non sono

importanti solo i farmaci ma incontri come questi che servono a scambiarci idee e proporre nuove terapie

complementari. Finalmente se ne parla ma la rete deve allargarsi, c’è bisogno di tutti, delle associazioni

e delle istituzioni. Allunghiamo una mano e tutto diventerà più facile per il malato e la sua famiglia.

Grazie. Bianca

Come aiutare il bambino a superare difficoltà

F. è una bambina che frequenta la terza elementare. F. è una bambina buona, generosa, simpatica, altruista. F. è una bambina che ha molte paure, che di fronte agli insuccessi e alle difficoltà del suo quotidiano, soprattutto a scuola, sta male. E sta molto male, tanto che sente dei veri e propri crampi alla pancia.

Giocando insieme a F. capisco che rifugge le sue paure, non le vuole affrontare. Manifesta una apparente sicurezza dietro cui si cela un profondo disagio, la paura di crescere, un profondo dispiacere per tutto quello che non riesce a spiegarsi “amici che la prendono in giro, insegnanti che la trattano i modo diverso dagli altri o la colpevolizzano per ogni cosa che succede, tanti compiti che ha paura di sbagliare, che non sa come affrontare (nonostante si a molto brava).

Parlando con i suoi genitori capisco che sono molto preoccupati. Troppo preoccupati. A volte questa preoccupazione che si manifesta nel parlare con me, si manifesta anche nella relazione con F. Cercano soluzioni di tutti i tipi, che presentano alla bambina di volta in volta nella speranza di trovare quella giusta. Questo atteggiamento è dettato da un amore sconfinato che vuole proteggere, che vorrebbe evitarle le difficoltà e i dispiaceri, che ha paura “degli altri, che possono fare del male, far soffrire, che possono essere cattivi e spietati, che non capiscono o sono superficiali”. Ci sono molti problemi oggettivi, la scuola effettivamente non è una scuola che aspetta, che ascolta, che comprende, ma si corre, il programma vola, i compiti sono tantissimi, gli standard sempre più alti, viene promossa la competizione e di educazione non si parla quasi più.

F. va aiutata soprattutto attraverso la ricostruzione di queste relazioni familiari. F. deve essere educata, nel senso di condotta fuori, liberata. F. deve trovare strategie di superamento che siano le sue strategie, deve essere incoraggiata e sostenuta nel senso della fiducia delle sue capacità.

A volte si parla tantissimo con i bambini, si fanno ragionare, si racconta… Ma spesso va a finire che sono solo gli adulti a parlare e il bambino o ascolta o da segni di insofferenza. Ma sono più utili poche frasi ben utilizzate con consapevolezza. “So che ce la farai perchè ho fiducia in te” “Cosa faresti tu per risolvere questa situazione?” “ecc….

Aiutare il bambino significa soprattutto offrirgli uno spazio di contenimento senza sostituirsi a lui. Se soffre per un compagno che lo prende in giro bisogna lasciare che viva questa dimensione, non cercare di evitargliela e non dispensare consigli su cosa dire o fare in queste circostanze. E’il bambino stesso che deve sviluppare una sua strategia, che deve mettersi alla prova. Questo è il meccanismo della crescita. E attraverso la sofferenza passa soprattutto il genitore, che vede il suo bambino stare male e deve accettare che questo accada.

Chi sono

Sto pensando, come faccio spesso, per cercare dentro di me risposte a quello che sento.

Da quanto tempo riesco a guardarmi dentro senza paura ?

Da quando mi voglio un po’ di bene ?

Da quando riesco a confrontarmi con gli altri ?

Da quando la mia creatività è libera ?

Lo so  non sono per niente originale, tante persone, per varie ragioni, s’interrogano.

Io ci sto provando, l’ arrivo della malattia di Parkinson  è stato un segnale:

era giunto il momento di voltare pagina.

Ne ho girate tante pagine n questi cinque anni, ne ho riscritte, corrette, strappate, sottolineate ma non

riesco mai  Finire. Risolto un problema se ne aggiunge un altro, ancora più difficile,mentre la mia forza non

è Più la stessa.

Ogni giorno curiosa, sbaglio e imparo, scopro e dimentico ma non mi fermo.

Ogni giorno mi dedico all’attività fisica, alla lettura e scrittura e la mia vita sociale è molto vivace.

Sono convinta che giovi molto al benessere psicofisico, fare ciò che piace e vivere senza fretta.

Rorato Bianca Maria