La valenza pedagogica del teatro. Perchè il teatro fa bene ai bambini.

teatro

Il Teatro offre un’occasione straordinaria per educare ad un’autentica vita emotiva. Io sono una di quelle persone che vorrebbe il Teatro come materia scolastica al pari di matematica o scienze. Le potenzialità del Teatro infatti sono infinite. Lo penso da pedagogista (e la pedagogia ha studiato molto la valenza del Teatro) che lo applica in molte sessioni di lavoro con bambini e ragazzi, lo penso da attrice amatoriale, lo penso da mamma che ha preso spunto dalle molte attività/gioco del Teatro per stare con il proprio bambino.

Il Teatro aiuta. Vediamolo insieme in particolare cosa fa:

  1. tocca la sfera fisica perché il Teatro è attività fisica, movimento, gioco, stimolazione dei cinque sensi, presa di coscienza della propria postura, dello spazio. Nel teatro si occupa uno spazio. Che è uno spazio fisico, ma è anche uno spazio psicologico, emotivo e relazionale.
  2. tocca la sfera cognitiva perché il Teatro è curiosità, scoperta, esplorazione, ricerca, invenzione e creazione, confronto tra esperienze diverse, elaborazione e ragionamento, deduzione, immaginazione e creatività, gioco, comunicazione (e qui apro una breve parentesi sulla valenza del teatro anche nello sviluppo del linguaggio e in tutte quelle situazioni problematiche come balbuzie, mutismo, insicurezza e via dicendo);
  3. tocca la sfera affettiva perché il teatro è ascolto, comprensione, affetto, fiducia, allegria, relazione e comunicazione, autonomia, espressione e creatività, sicurezza e stabilità;
  4. tocca la sfera sociale perché il teatro può e deve essere per il bambino, contatto con gli altri e relazione, partecipazione, confronto, integrazione, cooperazione, competizione, comunicazione, gioco, rispetto ed accettazione degli altri, rispetto di regole collettive, autonomia, emulazione e soprattutto, educazione.

Da questo breve elenco possiamo capire quanto il Teatro sia un’occasione importante per una crescita armoniosa. Non dobbiamo pensare al Teatro necessariamente come rappresentazione teatrale e pensare “alla recita della scuola” che nulla ha a che vedere con il Teatro. Allontaniamo questo modo di fare teatro. Sbagliato. Inutile. Frustrante. Innanzitutto il Teatro, soprattutto con i bambini, lo devono fare professionisti formatori ed educatori esperti che hanno acquisito metodi e tecniche e soprattutto non hanno l’obiettivo di mettere in scena una rappresentazione basata sulla ripetizione estenuante di frasi. Questo non è Teatro. E di conseguenza non serve a nulla se non a mostrare un prodotto confezionato e servito. Il Teatro è gioco, è vita. E’ divertente, ma anche faticoso.

Vi lascio con un’ultima riflessione. Torniamo alle radici dell’esperienza teatrale. Aristotele,nella sua Poetica, riflette sul significato della tragedia, massima espressione del grande teatro greco, ed afferma che essa produce nello spettatore due fortissime emozioni passioni (in greco c’è una parola sola, “pathos”), cioè lo spavento (“phobos”) e la pietà (“èleos”). Alla fine, però, dallo spettacolo teatrale lo spettatore ricava una purificazione di (o da) queste passioni (kàtharsis tòntoiouton pathemàton). Questa espressione non è di facile interpretazione: potrebbe significare che alla fine lo spettatore si libera da queste passioni, oppure che le può vivere in una forma diversa, purificata. Questa seconda interpretazione è più suggestiva. Se si scava nell’etimo della parola “pathos” si scopre che deriva dalla radice “path” (la stessa del latino “patior”), che significa “subire”, “essere passivi”. La passione/emozione, dunque, è quella condizione interiore che prende l’uomo e lo domina, senza che questo possa in qualche modo controllarla. Vivere in modo purificato la passione significa, però, sottrarsi alla sua signoria assoluta, diventare dunque attivi. È Aristotele stesso ad insegnarci che il pensiero è la più alta forma di attività: dunque la passione purificata è una passione permeata di pensiero, una passione che non è semplice emotività, semplice stato d’animo, ma anche riflessione e consapevolezza. A questo educa il teatro, innanzitutto, sia che lo si pratichi, sia che si assista alla rappresentazione: educa a vivere la passione non come esperienza intessuta di semplici emozioni, ma come dimensione nella quale il conoscere si fa più profondo, le cose assumono un rilievo che di solito sfugge, la condizione umana si presenta nella sua forma essenziale. Acquisire il senso della misura e dell’armonia.

PERCHE’ SONO ARRABBIATA CON LA SCUOLA

La-buona-scuola-e1415729572884Sempre più spesso mi ritrovo a pensare al futuro di mio figlio. Come farà una professionista come me, con le sue idee, le sue teorie, la sua formazione, ad accettare che un giorno suo figlio sarà a scuola. Una scuola che oggi come oggi NON MI PIACE.

Eh, sì, avete capito bene. La scuola così com’è non mi piace e non ho remore nel dirlo. Non mi piace una scuola dell’infanzia dove i bambini “lavorano”, un termine usato sempre più spesso. E badate bene. Non è che io stia facendo una crociata contro gli insegnati. Perchè di molti, moltissimi ho stima e rispetto per il duro lavoro che svolgono (anche con le famiglie, che a volte, non aiutano proprio…). Il problema sta a monte. Sta nel fatto che la programmazione educativa e didattica viene fatta da persone che di scuola, ma soprattutto di bambini e di pedagogia non sanno proprio niente.

E poi mi guardo intorno e vedo realtà in europa dove si dà spazio al gioco, alla motricità, all’arte, al talento, alla musica, al teatro… e così via. Dove i bambini imparano a stare insieme, imparano la tolleranza, imparano ad esprimersi, imparano a essere come sono e a sviluppare talenti. Dove non c’è il libretto prestampato con “colora la palla a destra del bambino”, dove si fa, dove la destra e la sinistra per esempio viene insegnata attraverso lo sport e non attraverso le schede. Sapete qual è una delle situazioni di oggi più frequenti? I bambini non sanno stare insieme, non sanno cooperare, non sanno portare avanti progetti, spesso non sanno cosa significa esprimere le proprie idee e fare una discussione.

Parliamo della scuola primaria? Una scuola che spesso si basa sulla ripetizione e sull’esercizio. Dove non si esce mai o quasi (forse in ricreazione). Dove i progetti sono pochi o nessuno (progetti di scienze, esperimenti, atelier artistici, educazione civica, musica come ascolto, espressione di sè e così via). Ricordo con non poco dispiacere che ci sono le fantastiche prove Invalsi, di un’utilità direi stupefacente.

E poi. Poi questi bambini diventano ragazzi e dovrebbero improvvisamente saper convivere, lavorare in autonomia, cooperare, capire il mondo sociale ed essere adeguati (rispettosi, con senso civico), maturi?????? E dove inevitabilmente si scontreranno con il mondo del lavoro dove probabilmente ad un colloquio ci si gioca tutto. Dove, un datore di lavoro li vorrà ascoltare, chiederà loro le competenze trasversali come l’autonomia, la capacità di lavorare in team, l’organizzazione del lavoro e così via. Ma quando e come questi ragazzi hanno imparato tutto questo? O pensiamo forse che nelle relazioni con gli altri e nel lavoro gli sarà proposto un test a risposta multipla?

L’importanza dell’ascolto nello sviluppo del linguaggio

Smiling human child hand listening deaf ear gossip

Ho raccolto qualche video per tutti i genitori che hanno poca dimestichezza con il mondo linguaggio del bambino. Sono utili soprattutto quando:

  • un genitore parla un’altra lingua e conosce poco i suoni della lingua italiana
  • un genitore non ama cantare o raccontare storie al bambino o semplicemente non le conosce
  • un bambino non frequenta l’asilo nido

Per i bambini come ho spiegato più volte nel mio blog è fondamentale:

  • ascoltare canzoncine e filastrocche
  • ascoltare e riprodurre i versi degli animali
  • distinguere suoni e rumori
  • fare lettura di immagini: ossia osservare delle immagini, indicare e provare a ripetere il suono
  • fare vocabolario: ossia ascoltare tanto la mamma, il papà, il nonno ecc… che spiegano, racconto, leggono ad alta voce, commentano, dicono il nome delle cose e questo fin da subito ovvero da piccolissimi.

Ecco alcuni link di canzoncine famose e importanti nello sviluppo del linguaggio:

Suoni, versi e rumori:

Mamma mi prendi in braccio?

prendere-in-braccioSemplice capriccio o reale bisogno?

Chi non è passato attraverso la fase “del braccio”? Si sente dire spesso “vuole sempre la mamma”, “non posso nemmeno andare in bagno da sola”, “la doccia questa sconosciuta, se dura 1 minuto è già tanto!”, “è disperato solo se cambio stanza”, “vuole stare in braccio anche se non è stanco” e ancora, molto spesso “è colpa tua perchè lo assecondi sempre!”, “sono capricci devi saperti imporre!”, “lo fa solo con te” e così via…

Ogni bimbo ha bisogno nella sua crescita di una sana dose di abbracci. E questa sana dose di abbracci è del tutto naturale e fisiologica. Non significa far crescere bambini piagnucolosi e adulti insicuri. Abbiamo spesso l’idea, sbagliata, che abbracciare ci renda meno forti e più vulnerabili. Eppure vediamo proprio l’opposto. E’ ampiamente riconosciuto che un adulto sicuro e ben equilibrato è un adulto che sa esprimere positivamente le proprie emozioni ed è affettivo ed empatico.

Quindi appurato il fatto che toccare un bambino, accarezzarlo, prenderlo in braccio, coccolarlo è più che doveroso. Come comportarsi quando la richiesta del bambino ci sembra spropositata e continua?

Puntare i piedi, allungare le braccia, piagnucolare, possono rappresentare in alcuni momenti di crescita del bambino un bisogno di attenzione, una ricerca di contenimento oppure pigrizia. Sono da bandire espressioni come “ormai sei grande” oppure “ma non ti vergogni, guarda, nessuno degli altri bambini lo fa”.  In generale espressioni di segno negativo sono portatrici di un valore negativo che il bambino può via via interiorizzare, rendendolo ancora più insicuro. Sono da preferire invece frasi che spostino l’attenzione del bambino dalla situazione, che lo incoraggino ad una maggiore autonomia, che siano dei “distrattori” temporanei di segno positivo come “perchè non facciamo una gara di velocità a chi arriva prima a casa?” “proviamo a contare insieme i passi che facciamo? Uno, due….”. Lo scopo principale è distogliere il bambino dal momento difficile attirando la sua attenzione utilizzando principalmente il linguaggio del gioco.

Sono tornata

Cari amici del blog,

è passato molto tempo. Un tempo nel quale sono diventata mamma, Presidente della cooperativa sociale GD EDUCA e mi sono occupata di moltissimi progetti nel mio territorio. Non ho dimenticato però questo blog e il piacere di scrivere e interagire con tantissime persone. Nel frattempo ho conosciuto famiglie, genitori, bambini. Continuo a imparare e formarmi nel mio lavoro. Mi sono resa conto che nonostante siano passati molti anni ancora moltissime persone non hanno capito che lavoro faccio e in generale come possa essere di aiuto un pedagogista. E’ un vero peccato. Questo perchè lo stato non ci ha di certo aiutati. Nessuna tutela. Nessuna garanzia. Nessun ruolo pubblico. Nessun riconoscimento. Eppure i pedagogisti sono gli esperti per eccellenza dell’educazione e della formazione. Sono un valido aiuto quando si parla di genitorialità, di nascita, di famiglia e di bambini e ragazzi. C’è ancora tanta troppa confusione di ruoli e così mi permetto di aggiornare un po’ le categorie professionali a modo mio.

La PSICOLOGA:

  1. ha una laurea in Psicologia;
  2. fa diagnosi rispetto a difficoltà e disturbi della persona bambino o adulto; non cura perché non è un medico , né può prescrivere psicofarmaci;
  3. promuove il sotegno alla persona principalmente attraverso il dialogo ma gli approcci sono davvero tanti e ogni psicologo segue un metodo;
  4. se ha fatto specializzazioni e master di occupa di settori specifici come per esempio l’apprendimento con propri metodi.

 

Lo PSICHIATRA:

  1. ha una laurea in Medicina + la specialistica in Psichiatria;
  2. fa diagnosi per le malattie della mente e si occupa della cura;
  3. cura attraverso la psicoterapia e/o la prescrizione di psicofarmaci;
  4. il neuropsichiatra è un medico, in quanto laureato in medicina con specialistica, mentre lo psicoterapeuta può essere sia un medico (se ha una laurea in medicina) sia uno psicologo (se ha una laurea in psicologia), entrambi con successiva specializzazione come psicoterapeuta.

 

La  LOGOPEDISTA:

  1. ha un diploma di laurea triennale in Logopedia;
  2. NON fa diagnosi, ma riabilita le patologie del linguaggio e della comunicazione in età evolutiva, adulta e geriatrica; si occupa di tutte le patologie che provocano disturbi della voce, della parola e degli handicap comunicativi;
  3. se ha una successiva specializzazione si occupa anche di apprendimento

 

La DOCENTE (di scuola primaria):

  1. ha una laurea in Scienze della Formazione Primaria (o solo il diploma di scuola superiore);
  2. NON fa diagnosi di DSA, ADHD ecc. ma può inviare il genitore ad un professionista per la valutazione

 

La PEDAGOGISTA:

  1. ha una laurea in Scienze dell’Educazione e una specializzazione in Pedagogia
  2. fa consulenza pedagogica a genitori e adulti e interventi rieducativi verso i bambini e i ragazzi sulle competenze cognitive, del linguaggio, motorie, degli apprendimenti, del comportamento, affettive-relazionali

A proposito di alimentazione, cura e tumori

Cari amici vorrei ospitare in questo spazio un articolo che trovo molto interessante della Dott.ssa Mary Nicastro, biologa nutrizionista sul tema “alimentazione e cura”

Riguardo la diatriba che si è accesa sul caso “ALIMENTAZIONE E TUMORI” portato alla luce dai servizi delle Iene, vorrei dare il mio modesto parere in quanto professionista del settore della nutrizione.

Quando parlo di alimentazione a chi mi segue, mi piace usare un simbolismo:
”pensate al corpo come ad una automobile che per camminare necessita di benzina. Provate a mettere nel serbatoio di questa macchina, giornalmente e per circa 5 volte al giorno, una benzina scadente, sporca di residui. Cosa succederà a lungo andare? Prima o poi il motore si ingolferà e la nostra macchina non funzionerà più bene e questo ci impedirà di usarla. Detto ciò, sottolineando il fatto che un uomo in una vita media di 80 anni ingerisce dalle 30 alle 60 tonnellate di cibo (benzina), possiamo dire che il cibo riveste un ruolo molto importante in quanto veicolo di molecole che possono compromettere o migliorare lo stato di salute delle persone (macchina).

Se prolunghiamo nel tempo la nostra alimentazione scorretta e il nostro stile di vita incongruo, il nostro corpo finirà per esaurire la capacità di eliminazione delle tossine esogene (provenienti dall’esterno), verrà compromessa la funzionalità cellulare, si attiveranno i processi degenerativi, aggravati e favoriti dall’ambiente acido formasi nel corpo. Ci accorgeremo del danno fatto da tutti questi meccanismo distruttivi solo nel momento in cui la malattia si mostrerà con i sintomi specifici, ma sarà già troppo tardi. Da questo discorso si evince che la qualità del cibo che ingeriamo non è un fattore da sottovalutare! Feurback diceva difatti “Noi siamo quello che mangiamo”

È ormai assodato che una sana alimentazione, ricca di cereali integrali, legumi, frutta e verdura, con poca carne rossa e una fortissima riduzione del consumo di bevande zuccherate e carni conservate, ricca di alimenti freschi e privi di additivi, protegga l’organismo dai danni arrecati da molecole estranee al nostro corpo e dai radicali liberi che portano allo sviluppo di diverse patologie di tipo cronico degenerative, una tra tanti i tumori.

Particolari molecole presenti nei prodotti vegetali sembra possano aiutare a prevenire l’insorgenza di tali patologie, di contrastare efficacemente l’insorgenza di recidive e “collaborare” nella guarigione della patologia stessa.

Negli ultimi decenni si sta approfondendo sempre più lo studio della NUTRIGENOMICA, ossia quella scienza che studia gli effetti del cibo sull’espressione genica. Alcuni intervistati, nel servizio, affermavano che non ci sono evidenze che dimostrino come il cibo possa avere influenza sulla regressione della patologia, in realtà sono stati condotti tantissimi studi in vitro che dimostrano come molte molecole che si trovano nei vegetali abbiano effetti protettivi sul DNA cellulare e che aiutino a riparare i danni già esistenti e per cercare di confermare gli studi in vitro, che non tengono conto di tutte le influenze che le cellule hanno tra di loro in un intero organismo, i ricercatori stanno effettuando sempre un crescente numero di studi su popolazioni, i quali, rispetto alla prima tipologia di studi, sono più lunghi e laboriosi ma anche più complessi da interpretare.

È provato però che il cibo è in grado di modulare l’espressione genica attraverso l’interazione tra alcune molecole che si trovano negli alimenti e il DNA; in pratica esso è capace di “accendere o spegnere” alcuni geni i quali in tal modo possono attivare o meno determinate reazioni biochimiche.

Per esempio, molti studi dimostrano che esistono composti contenuti negli alimenti che sono utili nel ridurre il rischio d’insorgenza di patologie che dipendono dalle mutazioni genetiche.

È stato verificato che:

–        gli alimenti integrali (cereali integrali e legumi), buona fonte di fibre, sono un fattore protettivo nei confronti del cancro del colon.

–        L’ aumento del consumo di pesce favorisce una riduzione nell’incidenza di tutti i tipi di tumore a riprova del fatto che nel pesce vi sono sostanze importanti per la prevenzione degli stessi come gli acidi grassi omega-3.

–        Alimenti appartenenti alla famiglia delle crucifere o brassicacee (cavoli, broccoli, cavolfiore, cavolini di Bruxelles, crescione, rape, verza ecc. ) hanno un ‘azione antitumorale diretta, un’azione antiproliferativa, e un’altra disintossicante dai radicali liberi.

–        L’ aumento di alimenti che contengono composti solforati, appartenenti alla famiglia delle Alliacee come l’aglio, la cipolla, il porro, lo scalogno, l’erba cipollina, rivestono un ruolo protettivo estremamente potente contro i tumori.

–        I frutti di bosco (lampone, mirtillo rosso e nero, ribes, ecc.) sono ricchi di sostanze anticancro come l’acido ellagico, fenilico e clorogenico, inoltre contengono dei pigmenti ad azione antiossidante.

–        Bere , che contiene un composto chiamato epigallocatechingallato, ha un potente effetto antitumorale

–        Mangiare pomodori, che contengono licopene, protegge nei confronti del tumore alla vescica

–        Consumare agrumi (arance, limoni, mandarini, pompelmi, ecc…), che sono ricchi di polifenoli e flavonoidi, riduce il rischio di tumori a carico dell’apparato digerente.

Così vale per la curcuma, lo zenzero, il peperoncino, l’ olio extravergine di oliva e tanti altri alimenti che sono dei veri e propri concentrati di salute.

È necessario aggiungere che tutti questi ortaggi, per esplicare pienamente la loro azione, dovrebbero essere consumati crudi o, in alternativa, cotti brevemente al vapore per preservare i loro principi attivi che sono frequentemente termolabili.

C’è da sottolineare anche che chi NON consuma abitualmente frutta e verdura compromette la flora batterica intestinale che ha un ruolo fondamentale nella difesa immunitaria dell’organismo che pertanto diventa più suscettibile a malattie di tipo infiammatorio, batterico e virale.

 

Dal dopoguerra ad oggi, la durata della vita si è allungata ma è altrettanto vero che la qualità della stessa è peggiorata. Ci sono farmaci per curare tutto o quasi tutto ma che innescano un meccanismo vizioso che compromette la salute stessa. Per intenderci un farmaco cura un disturbo ma ne crea un altro come effetto collaterale per cui è necessario prendere un altro farmaco per curare il secondo disturbo e così via….

Sempre più persone assumono farmaci in maniera incontrollata, di cui potrebbero fare a meno semplicemente applicando corretti stili di vita; questo non è sempre vero, soprattutto per quelle persone con patologie gravi e altamente invalidanti, per le quali non si può prescindere dall’uso del farmaco.
Nel caso specifico, nel servizio si parlava di tumore/cancro che è una malattia multifattoriale per la quale non basta intervenire su un singolo elemento per modificare in modo sostanziale il rischio a livello individuale, ma bisogna agire su tutte le abitudini sbagliate della persona favorendo un miglioramento dello stile di vita.

Negli ultimi anni è stato coniato il termine “NUTRACEUTICO” che origina dal connubio di due parole: nutrizione e farmaceutico. Questo termine sta ad indicare come il cibo possa essere considerato un vero e proprio “farmaco” nella cura di alcune patologie. Ovviamente un alimento, costituito da molecole del tutto naturali non può avere lo stesso effetto, potente e immediato, di un farmaco (che è una molecola sintetica appositamente formulata per combattere uno specifico problema), quindi l’effetto “curativo” degli alimenti si manifesta nel lungo termine.

Il cibo può essere un grandissimo alleato per il benessere e la salute di ciascuno in quanto favorisce il riequilibrio dello stato fisiologico delle cellule e quindi dell’ organismo intero.

Naturalmente, avere delle corrette abitudini alimentari (e non solo) per gran parte della vita ci predispone meno a sollecitazioni da parte di molecole che favoriscono le patologie croniche, ci rende capaci di rispondere meglio ad eventuali “situazioni di criticità” e ci consente di vivere una vita più lunga ma soprattutto più sana. Questo è il concetto su cui si basa la PREVENZIONE, che è l’obiettivo su cui impronto una buona parte del mio lavoro.

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A conclusione di tutto posso dire di credere molto nell’effetto che gli alimenti hanno sulla salute, sul loro ruolo preventivo e sull’importanza di “abbinare” la componente farmacologica e quella nutrizionale al fine di favorire la regressione della malattia, nello stimolare il sistema immunitario a rispondere in maniera più efficace ed efficiente, nel purificare il corpo dalla sostanze tossiche assunte anche con i farmaci, nel ridurre il rischio di recidive e quant’altro.

 

E come diceva Ippocrate: “ fa che il cibo sia la tua medicina e che la medicina sia il tuo cibo”

 

A cura della dott.ssa Mary Nicastro, Biologa Nutrizionista

Per contatti: 330.664449 dott.ssamarynicastro@gmail.com

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Leggere presto

E’ naturalmente la mia esperienza di mamma che mi porta a fare delle riflessioni sulla primissima infanzia e sull’importanza della lettura.

Quando sono diventata mamma mi sono detta “Sei una pedagogista minimo devi comportarti esattamente come quello che vai predicando”, un modo per spronarmi e ricordarmi che la coerenza è importante e una teoria senza una costante pratica non ha senso. In fondo sono quella che non ama i “manuali”, anche se, per ragioni professionali e curiosità personali, non nascondo di avere acquistato.

Sono molto sensibile alla questione “sviluppo del linguaggio” del bambino. Ho incontrato diversi bambini con varie difficoltà, ma soprattutto tanti genitori con altrettanti tanti dubbi, soprattutto se parliamo di primissima infanzia. E’ vero che spesso il genitore si pone il “problema del linguaggio” quando il bambino è abbastanza grande, quando dal bambino “ci si aspetta qualcosa”, quando si inizia una sorta di confronto con altri bambini della stessa età, quando ormai sono superate altre questioni (mangiare, dormire, popò, ecc…).

E invece il “problema linguaggio” o meglio la “questione linguaggio” va anticipata e di molto se si vuole in qualche modo da una parte favorire e dall’altra fare una vera e propria prevenzione delle difficoltà di sviluppo del linguaggio. La prima cosa e sembra alquanto banale è la lettura. Tutti i genitori affermano di leggere al bambino.

Ecco quella che io qui definisco lettura è sì una piacevole attività da fare con il bambino ma è anche un metodo, una routine. Sappiamo bene quanto siano determinanti le routines nello sviluppo cognitivo del bambino. Sono fondamentali perchè un bambino si senta sicuro e possa fare delle previsioni. La routine della lettura è un fondamento, un mattone, alla base dello sviluppo del linguaggio. Significa in breve:

– leggere presto: quanto presto? Quando il bambino ci capisce? Non sono domande importanti per la lettura. Si inizia subito. Si può iniziare già in gravidanza, ma se anche non abbiamo mai letto una storia al bambino perchè la cosa ci sembrava troppo strana non avendolo davanti, ecco che una volta nato il problema non si pone. Leggere da subito.

– leggere qualsiasi cosa: al neonato non serve la fiaba. Possiamo anche leggere ad alta voce il nostro giornale preferito (confesso di aver letto Donna Moderna). L’introduzione della fiaba o storia sarà un passo successivo.

– leggere spesso: trovare più momenti della giornata da dedicare alla lettura. L’ambiente deve essere tranquillo e senza altre distrazioni (tv accesa, rumori e via dicendo). Cerchiamo di guardare il piccolo mentre leggiamo e facciamo delle pause come ad aspettare una sua risposta.

Questi i primi passi del lettore neonato. Nel prossimo articolo vi racconterò della lettura al bimbo piccolo entro l’anno di vita. Buona notte.