Pre-requisiti alla letto-scrittura

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Oggi vorrei raccontarvi questo gioco che faccio spesso con il mio bambino che sta frequentando la scuola dell’infanzia. Vi premetto che il maschietto in questione è completamente disinteressato a tutto quello che è “esercizio di stile”: disegna solo per piacere, scrive uno scarabocchio convinto che sia il suo nome, ascolta molte letture, ma non vuole fare nulla se ha il minimo sospetto che si tratti di un esercizio o di una verifica di una sua prestazione.

Tuttavia come tutti i bambini, quando l’attività è presentata come un gioco, non solo si dimostra favorevole e propositivo ma fa un vero e proprio apprendimento. Insomma, in poche parole, impara spontaneamente, inconsapevolmente, senza fare fatica e divertendosi. Ed è proprio questo che dovrebbe fare una buona educazione e didattica dell’apprendimento. Fare, divertirsi e imparare senza giudizio. E chi ben comincia è a metà dell’opera. Il bambino che frequenta la scuola dell’infanzia non è certo un bambino che deve imparare a leggere e scrivere. Ma può essere un bambino che si avvicina agli apprendimenti propri della scuola primaria con grande spontaneità e che fa tutte quelle azioni che si chiamano “pre-requisiti”.

Molto spesso cadiamo nell’errore di insegnare qualcosa troppo precocemente e basando l’apprendimento solo sull’imitazione (Esempi. Copia il tuo nome su un foglio. Conta come una filastrocca… e via dicendo). Ma in questo modo il bambino ripete in modo schematico senza aver acquisito il concetto (e quindi senza un grande ragionamento di fondo). Come a dire. Arriviamo subito al punto senza attraversare la linea.

Il bambino ha bisogno invece di fare un percorso e di maturare alcune competenze definite di base che ritroverà spesso negli apprendimenti successivi e che saranno quindi più semplici e accessibili. Prima di imparare a scrivere o a leggere per esempio è molto utile che il bambino conosca:

  • le forme: le lettere sono costituite da forme (linee, orizzontali, verticali, oblique e curve, semicerchi e cerchi) orientate nello spazio
  • l’orientamento sinistra/destra
  • il suono: è il suono che viene emesso per una lettera (il suono non è il nome della lettera nell’alfabeto) ovvero il fonema. Può essere importante quindi abituare il bambino ad ascoltare il suono/fonema iniziale di una parola

Uno strumento/gioco che mi piace molto sono le lettere di legno. Il legno perchè è materico, si presta alla stimolazione del tatto. Il bambino inizia a scoprire le forme, a riconoscere quelle simili, le differenze, a scoprirle al tatto anche ad occhi chiusi. E i giochi di associazione tra la lettera, il suono e l’oggetto (nel mio caso gli animali, anche perchè ne abbiamo davvero molti)

Alla prossima puntata. Un caro saluto

Dott.ssa Giovanna

 

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Figli coraggiosi

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Questa settimana ho avuto modo di riflettere molto intorno al tema del “coraggio”. La mia riflessione parte dalla scuola, passa attraverso i genitori, per finire a lanciare uno sguardo sui figli.

La scuola oggi mi spaventa molto. E’ una scuola che lascia aperti in me moltissimi dubbi. Leggendo i programmi didattici, la mission, le proposte si rivolgono in particolare ad elencare una serie di acquisizioni che il bambino dovrebbe raggiungere durante gli anni di frequenza. Questi obiettivi mi sembrano molto centrati sulla performance. Vale a dire: “formeremo i futuri produttori del domani”, bambini che sono visti già oggi come i la prossima generazione di lavoro. E via dunque a programmi di inglese, primo livello, secondo livello, seconda, terza lingua, più ore di informatica, robotica, tecnologie web e chi più ne ha più ne metta. Standard europei, voti definiti al millesimo con un punteggio che non lascia via di scampo.

I genitori. I genitori a volte mi sembrano spaventati. Leggo una mancanza di fiducia nelle istituzioni educative e forse nell’educazione stessa o anche, in se stessi. Basta fermarsi ad ascoltare le loro domande, basta leggere i commenti che si scambiano quotidianamente via chat o gli interventi durante una riunione. Al nido “Cosa mangia? E’ biologico? L’acqua è potabile? Chi è la maestra? Cosa fa? Perchè oggi non c’era? Perchè ha un graffio? E’ stato lasciato solo? Ma voi cosa fate?” Alla scuola dell’infanzia e primaria “Quale sarà il programma?  Hai sentito cosa ha fatto quel bambino all’altro? Perchè non ci informate di più, meglio, in modo diverso? Ma la maestra ha fatto, ha detto, ha portato, ha pensato…?” E così via. Anche se forse questa situazione conosce un’inversione di tendenza alla scuola superiore, quando sono gli adolescenti a tenere fuori la famiglia dalla loro vita.

I bambini? I bambini mi sembrano confusi. Gettati in un ambiente performante che tende a renderli il più possibile uguali. Mi sembrano perspicaci, veloci nell’acquisire nuove competenze, ma insicuri, fragili, paurosi, poco autonomi.

E allora perchè non pensare ad una pedagogia del coraggio? Forse serve una riflessione diversa, di tipo sociale da parte di tutti coloro che si occupano di educazione, scuola e famiglia. Provate ad immaginare il vostro bambino o la vostra bambina in una situazione di difficoltà? Di cosa avrà mai bisogno? Se non della capacità di “cavarsela da solo”, di intuizione, di perspicacia, di quel atteggiamento che ti fa vedere le cose da più angolature, di flessibilità e quindi in un’unica parola, di coraggio. Siamo noi tutti che possiamo creare questa competenza in loro.

Dott.ssa Giovanna Giacomini

PERCHE’ INSEGNARE LA GENTILEZZA AI BAMBINI

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Noi genitori spesso usiamo questa espressione “Fai il bravo”. Ma cosa significa fare il bravo? Con questa frase stiamo chiedendo ai bambini di comportarsi bene ossia di essere gentili. E’ sicuramente molto importante insegnare ai bambini “la bravura” o meglio “la gentilezza”, ma ormai dovremmo saperlo molto bene niente si può chiedere ad un bambino senza prima mostrarlo. Pensiamo ad una situazione molto semplice. Due bambini, due amici o due fratelli, litigano. Il nostro intervento probabilmente è volto ad incoraggiarli ad abbassare i toni, a non discutere, a non prevaricare sull’altro e infine a saper chiedere scusa.

Qualche giorno fa ho letto un articolo che parlava di un Dirigente Scolastico che stanco della situazione denunciava l’uso ormai improprio delle chat dei genitori territorio di guerra più che luogo virtuale di scambio. A questa posizione mi associo più che volentieri. Credo che il mezzo si possa definire un vero e proprio muro dietro al quale le persone agiscono rabbie, paure, pensieri più o meno disfunzionali. Ed è proprio qui a titolo esemplificativo che cade quello che abbiamo dello poco fa ovvero il concetto del dare l’esempio.

Ma torniamo allora alla valenza della gentilezza per la costruzione di una società educata. Oggi dove si gioca costantemente ad un braccio di ferro con chiunque, essere gentili è la rivoluzione.

  • Essere gentile ti rende più forte. Può aiutarti ad ottenere maggiori risultati da te stesso e con gli altri in team.
  • Essere gentile ti fa bene. Chi vive le cose con garbo ha dei tempi più lunghi e meno frenetici prevenendo molto spesso stress e ansia.
  • Essere gentile ti rende vincente. Avete mai provato a litigare con una persona gentile? Getterete presto la spugna.
  • Essere gentile ti rende sicuro. Le persone molto equilibrate e serene hanno un’autostima più alta e migliorano tutte le loro relazioni
  • Essere gentile è l’unico modo per prevenire il bullismo a cui a gran voce vogliamo dire BASTA

Siate gentili. Sparpagliate gentilezza.

Dott.ssa Giovanna Giacomini

La valenza pedagogica del teatro. Perchè il teatro fa bene ai bambini.

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Il Teatro offre un’occasione straordinaria per educare ad un’autentica vita emotiva. Io sono una di quelle persone che vorrebbe il Teatro come materia scolastica al pari di matematica o scienze. Le potenzialità del Teatro infatti sono infinite. Lo penso da pedagogista (e la pedagogia ha studiato molto la valenza del Teatro) che lo applica in molte sessioni di lavoro con bambini e ragazzi, lo penso da attrice amatoriale, lo penso da mamma che ha preso spunto dalle molte attività/gioco del Teatro per stare con il proprio bambino.

Il Teatro aiuta. Vediamolo insieme in particolare cosa fa:

  1. tocca la sfera fisica perché il Teatro è attività fisica, movimento, gioco, stimolazione dei cinque sensi, presa di coscienza della propria postura, dello spazio. Nel teatro si occupa uno spazio. Che è uno spazio fisico, ma è anche uno spazio psicologico, emotivo e relazionale.
  2. tocca la sfera cognitiva perché il Teatro è curiosità, scoperta, esplorazione, ricerca, invenzione e creazione, confronto tra esperienze diverse, elaborazione e ragionamento, deduzione, immaginazione e creatività, gioco, comunicazione (e qui apro una breve parentesi sulla valenza del teatro anche nello sviluppo del linguaggio e in tutte quelle situazioni problematiche come balbuzie, mutismo, insicurezza e via dicendo);
  3. tocca la sfera affettiva perché il teatro è ascolto, comprensione, affetto, fiducia, allegria, relazione e comunicazione, autonomia, espressione e creatività, sicurezza e stabilità;
  4. tocca la sfera sociale perché il teatro può e deve essere per il bambino, contatto con gli altri e relazione, partecipazione, confronto, integrazione, cooperazione, competizione, comunicazione, gioco, rispetto ed accettazione degli altri, rispetto di regole collettive, autonomia, emulazione e soprattutto, educazione.

Da questo breve elenco possiamo capire quanto il Teatro sia un’occasione importante per una crescita armoniosa. Non dobbiamo pensare al Teatro necessariamente come rappresentazione teatrale e pensare “alla recita della scuola” che nulla ha a che vedere con il Teatro. Allontaniamo questo modo di fare teatro. Sbagliato. Inutile. Frustrante. Innanzitutto il Teatro, soprattutto con i bambini, lo devono fare professionisti formatori ed educatori esperti che hanno acquisito metodi e tecniche e soprattutto non hanno l’obiettivo di mettere in scena una rappresentazione basata sulla ripetizione estenuante di frasi. Questo non è Teatro. E di conseguenza non serve a nulla se non a mostrare un prodotto confezionato e servito. Il Teatro è gioco, è vita. E’ divertente, ma anche faticoso.

Vi lascio con un’ultima riflessione. Torniamo alle radici dell’esperienza teatrale. Aristotele,nella sua Poetica, riflette sul significato della tragedia, massima espressione del grande teatro greco, ed afferma che essa produce nello spettatore due fortissime emozioni passioni (in greco c’è una parola sola, “pathos”), cioè lo spavento (“phobos”) e la pietà (“èleos”). Alla fine, però, dallo spettacolo teatrale lo spettatore ricava una purificazione di (o da) queste passioni (kàtharsis tòntoiouton pathemàton). Questa espressione non è di facile interpretazione: potrebbe significare che alla fine lo spettatore si libera da queste passioni, oppure che le può vivere in una forma diversa, purificata. Questa seconda interpretazione è più suggestiva. Se si scava nell’etimo della parola “pathos” si scopre che deriva dalla radice “path” (la stessa del latino “patior”), che significa “subire”, “essere passivi”. La passione/emozione, dunque, è quella condizione interiore che prende l’uomo e lo domina, senza che questo possa in qualche modo controllarla. Vivere in modo purificato la passione significa, però, sottrarsi alla sua signoria assoluta, diventare dunque attivi. È Aristotele stesso ad insegnarci che il pensiero è la più alta forma di attività: dunque la passione purificata è una passione permeata di pensiero, una passione che non è semplice emotività, semplice stato d’animo, ma anche riflessione e consapevolezza. A questo educa il teatro, innanzitutto, sia che lo si pratichi, sia che si assista alla rappresentazione: educa a vivere la passione non come esperienza intessuta di semplici emozioni, ma come dimensione nella quale il conoscere si fa più profondo, le cose assumono un rilievo che di solito sfugge, la condizione umana si presenta nella sua forma essenziale. Acquisire il senso della misura e dell’armonia.

PERCHE’ SONO ARRABBIATA CON LA SCUOLA

La-buona-scuola-e1415729572884Sempre più spesso mi ritrovo a pensare al futuro di mio figlio. Come farà una professionista come me, con le sue idee, le sue teorie, la sua formazione, ad accettare che un giorno suo figlio sarà a scuola. Una scuola che oggi come oggi NON MI PIACE.

Eh, sì, avete capito bene. La scuola così com’è non mi piace e non ho remore nel dirlo. Non mi piace una scuola dell’infanzia dove i bambini “lavorano”, un termine usato sempre più spesso. E badate bene. Non è che io stia facendo una crociata contro gli insegnati. Perchè di molti, moltissimi ho stima e rispetto per il duro lavoro che svolgono (anche con le famiglie, che a volte, non aiutano proprio…). Il problema sta a monte. Sta nel fatto che la programmazione educativa e didattica viene fatta da persone che di scuola, ma soprattutto di bambini e di pedagogia non sanno proprio niente.

E poi mi guardo intorno e vedo realtà in europa dove si dà spazio al gioco, alla motricità, all’arte, al talento, alla musica, al teatro… e così via. Dove i bambini imparano a stare insieme, imparano la tolleranza, imparano ad esprimersi, imparano a essere come sono e a sviluppare talenti. Dove non c’è il libretto prestampato con “colora la palla a destra del bambino”, dove si fa, dove la destra e la sinistra per esempio viene insegnata attraverso lo sport e non attraverso le schede. Sapete qual è una delle situazioni di oggi più frequenti? I bambini non sanno stare insieme, non sanno cooperare, non sanno portare avanti progetti, spesso non sanno cosa significa esprimere le proprie idee e fare una discussione.

Parliamo della scuola primaria? Una scuola che spesso si basa sulla ripetizione e sull’esercizio. Dove non si esce mai o quasi (forse in ricreazione). Dove i progetti sono pochi o nessuno (progetti di scienze, esperimenti, atelier artistici, educazione civica, musica come ascolto, espressione di sè e così via). Ricordo con non poco dispiacere che ci sono le fantastiche prove Invalsi, di un’utilità direi stupefacente.

E poi. Poi questi bambini diventano ragazzi e dovrebbero improvvisamente saper convivere, lavorare in autonomia, cooperare, capire il mondo sociale ed essere adeguati (rispettosi, con senso civico), maturi?????? E dove inevitabilmente si scontreranno con il mondo del lavoro dove probabilmente ad un colloquio ci si gioca tutto. Dove, un datore di lavoro li vorrà ascoltare, chiederà loro le competenze trasversali come l’autonomia, la capacità di lavorare in team, l’organizzazione del lavoro e così via. Ma quando e come questi ragazzi hanno imparato tutto questo? O pensiamo forse che nelle relazioni con gli altri e nel lavoro gli sarà proposto un test a risposta multipla?

L’importanza dell’ascolto nello sviluppo del linguaggio

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Ho raccolto qualche video per tutti i genitori che hanno poca dimestichezza con il mondo linguaggio del bambino. Sono utili soprattutto quando:

  • un genitore parla un’altra lingua e conosce poco i suoni della lingua italiana
  • un genitore non ama cantare o raccontare storie al bambino o semplicemente non le conosce
  • un bambino non frequenta l’asilo nido

Per i bambini come ho spiegato più volte nel mio blog è fondamentale:

  • ascoltare canzoncine e filastrocche
  • ascoltare e riprodurre i versi degli animali
  • distinguere suoni e rumori
  • fare lettura di immagini: ossia osservare delle immagini, indicare e provare a ripetere il suono
  • fare vocabolario: ossia ascoltare tanto la mamma, il papà, il nonno ecc… che spiegano, racconto, leggono ad alta voce, commentano, dicono il nome delle cose e questo fin da subito ovvero da piccolissimi.

Ecco alcuni link di canzoncine famose e importanti nello sviluppo del linguaggio:

Suoni, versi e rumori:

Mamma mi prendi in braccio?

prendere-in-braccioSemplice capriccio o reale bisogno?

Chi non è passato attraverso la fase “del braccio”? Si sente dire spesso “vuole sempre la mamma”, “non posso nemmeno andare in bagno da sola”, “la doccia questa sconosciuta, se dura 1 minuto è già tanto!”, “è disperato solo se cambio stanza”, “vuole stare in braccio anche se non è stanco” e ancora, molto spesso “è colpa tua perchè lo assecondi sempre!”, “sono capricci devi saperti imporre!”, “lo fa solo con te” e così via…

Ogni bimbo ha bisogno nella sua crescita di una sana dose di abbracci. E questa sana dose di abbracci è del tutto naturale e fisiologica. Non significa far crescere bambini piagnucolosi e adulti insicuri. Abbiamo spesso l’idea, sbagliata, che abbracciare ci renda meno forti e più vulnerabili. Eppure vediamo proprio l’opposto. E’ ampiamente riconosciuto che un adulto sicuro e ben equilibrato è un adulto che sa esprimere positivamente le proprie emozioni ed è affettivo ed empatico.

Quindi appurato il fatto che toccare un bambino, accarezzarlo, prenderlo in braccio, coccolarlo è più che doveroso. Come comportarsi quando la richiesta del bambino ci sembra spropositata e continua?

Puntare i piedi, allungare le braccia, piagnucolare, possono rappresentare in alcuni momenti di crescita del bambino un bisogno di attenzione, una ricerca di contenimento oppure pigrizia. Sono da bandire espressioni come “ormai sei grande” oppure “ma non ti vergogni, guarda, nessuno degli altri bambini lo fa”.  In generale espressioni di segno negativo sono portatrici di un valore negativo che il bambino può via via interiorizzare, rendendolo ancora più insicuro. Sono da preferire invece frasi che spostino l’attenzione del bambino dalla situazione, che lo incoraggino ad una maggiore autonomia, che siano dei “distrattori” temporanei di segno positivo come “perchè non facciamo una gara di velocità a chi arriva prima a casa?” “proviamo a contare insieme i passi che facciamo? Uno, due….”. Lo scopo principale è distogliere il bambino dal momento difficile attirando la sua attenzione utilizzando principalmente il linguaggio del gioco.